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Nonostante i numeri possano sembrare pessimisti – con il tasso di disoccupazione salito al 4,2% a luglio 2025, in aumento rispetto al 3,4% di marzo 2023 secondo i dati del U.S. Bureau of Labor Statistics riportati dalla Fed di St. Louis – il mercato del lavoro è in realtà più solido di quanto appaia a prima vista.
Ultimamente sta circolando spesso il grafico dell’U-6, una delle misure chiave del mercato del lavoro americano. Per leggere bene i dati sulla disoccupazione non basta infatti guardare un solo numero: gli indicatori principali sono U-3 (il tasso ufficiale di disoccupazione) e U-6 (la misura più ampia di sottoutilizzo del lavoro).
Che cos’è l’U-6?
È un indicatore più completo rispetto all’U-3, perché include non solo i disoccupati “classici”, ma anche:
In sostanza, mentre l’U-3 misura la disoccupazione visibile, l’U-6 fotografa anche quella nascosta e soprattutto il vero cuore del problema: il sottoutilizzo del lavoro. Non a caso, i tassi U-6 sono sempre più alti dell’U-3, segnalando un’economia che ha più riserve di forza lavoro “sprecata” di quanto sembri a prima vista.
Nei periodi di recessione questa distanza si allarga: significa che, oltre a chi perde il lavoro, cresce la platea di persone che non riesce a esprimere appieno il proprio potenziale. A luglio 2025, per esempio, l’U-6 era al 7,9%, ben sopra il 4,2% dell’U-3.
A colpo d’occhio il rischio è gridare subito al disastro o a un “nuovo 2008”. Ma uno sguardo più profondo rivela un quadro diverso: dietro questi numeri ci sono cambiamenti demografici, nuove aspettative dei lavoratori e gli strascichi del Covid. Il vero problema per le imprese non è tanto la statistica, quanto la difficoltà cronica nel trovare personale qualificato, un ostacolo che può frenare crescita, innovazione e competitività.
E la storia ci insegna una cosa interessante: ogni picco di underemployment ha coinciso con una rivoluzione.
In altre parole: dietro ogni dato “negativo” dell’U-6 si nasconde spesso l’innesco di un nuovo ciclo economico.
La composizione del lavoro sta cambiando: demografia e nuove aspettative
Quando si parla di carenza di manodopera, di solito si guarda solo al lato della domanda — cioè quanti nuovi posti vengono creati. Ma il vero nodo è dal lato dell’offerta: la demografia. Una popolazione che invecchia e un tasso di natalità debole spingono sempre più in basso la partecipazione al lavoro. A questo si è aggiunto il Covid, che ha accelerato pensionamenti anticipati, assenteismo e cambiamenti permanenti nelle preferenze dei lavoratori.
Le nuove preferenze dei lavoratori
Il Covid non ha solo fatto esplodere il lavoro remoto, ha cambiato le priorità. Nel 2021 ben 47 milioni di americani hanno lasciato il proprio lavoro, nel 2022 addirittura 51 milioni. Quella che era sembrata una “grande ondata di dimissioni” è diventata la normalità: più flessibilità, più sicurezza, benefit migliori, condizioni più sostenibili.
Le nuove generazioni alzano ulteriormente l’asticella: il 73% della Gen Z dice di volere opzioni permanenti di lavoro flessibile. E questi lavoratori sono destinati a triplicare entro il 2030, entrando nel mercato con valori e aspettative completamente diversi. Flessibilità, inclusione, sostenibilità e un lavoro che abbia “senso” diventeranno requisiti fondamentali.
Alcune aziende si sono già mosse: assumono profili senza qualifiche tradizionali per poi formarli, alzano i salari, offrono benefit legati al benessere o maggiore autonomia. Ma sono soluzioni locali, che difficilmente basteranno a colmare un gap che ha radici strutturali.
“Intelligenza artificiale e grande trasferimento di ricchezza: perché questo analista finanziario vede un futuro roseo per le azioni.”
Molti investitori oggi guardano avanti con una certa dose di paura: un presidente americano visto da molti come un rischio “un tweet alla volta”, un’inflazione che non è ancora del tutto alle spalle, fiducia dei consumatori in calo, un mercato del lavoro che non brilla — almeno secondo alcuni — e, sopra tutto, l’incertezza sui prossimi tagli della Fed.
Io, però, la vedo in modo diverso.
Dal Covid in poi le aziende hanno affrontato uno stress test senza precedenti: inflazione, shock sulle catene di approvvigionamento, blocchi improvvisi dell’economia. Eppure ne sono uscite dimostrando una straordinaria capacità di adattamento. Il punto, secondo me, è semplice: il potenziale di generare utili oggi è molto più alto di quanto la gente immagini.
E con l’inflazione in raffreddamento, molti business hanno persino margini migliori. Prezzi più alti, in generale, restano un vantaggio per le aziende. Ma attenzione: non tutte reagiscono allo stesso modo. Molte società hanno in realtà una correlazione inversa con l’inflazione. La tecnologia è l’esempio perfetto: quando i prezzi scendono, i loro margini crescono.
Tassi di partecipazione al lavoro in diminuzione
Le nuove preferenze dei lavoratori
Il Covid non ha solo fatto esplodere il lavoro remoto, ha cambiato le priorità. Nel 2021 ben 47 milioni di americani hanno lasciato il proprio lavoro, nel 2022 addirittura 51 milioni. Quella che era sembrata una “grande ondata di dimissioni” è diventata la normalità: più flessibilità, più sicurezza, benefit migliori, condizioni più sostenibili.
Le nuove generazioni alzano ulteriormente l’asticella: il 73% della Gen Z dice di volere opzioni permanenti di lavoro flessibile. E questi lavoratori sono destinati a triplicare entro il 2030, entrando nel mercato con valori e aspettative completamente diversi. Flessibilità, inclusione, sostenibilità e un lavoro che abbia “senso” diventeranno requisiti fondamentali.
Alcune aziende si sono già mosse: assumono profili senza qualifiche tradizionali per poi formarli, alzano i salari, offrono benefit legati al benessere o maggiore autonomia. Ma sono soluzioni locali, che difficilmente basteranno a colmare un gap che ha radici strutturali.
Intelligenza artificiale e grande trasferimento di ricchezza: perché vedo un futuro roseo per le azioni
Molti investitori oggi guardano avanti con una certa dose di paura: un presidente americano visto da molti come un rischio “un tweet alla volta”, un’inflazione che non è ancora del tutto alle spalle, fiducia dei consumatori in calo, un mercato del lavoro che non brilla — almeno secondo alcuni — e, sopra tutto, l’incertezza sui prossimi tagli della Fed.
Io, però, la vedo in modo diverso.
Dal Covid in poi le aziende hanno affrontato uno stress test senza precedenti: inflazione, shock sulle catene di approvvigionamento, blocchi improvvisi dell’economia. Eppure ne sono uscite dimostrando una straordinaria capacità di adattamento. Il punto, secondo me, è semplice: il potenziale di generare utili oggi è molto più alto di quanto la gente immagini.
E con l’inflazione in raffreddamento, molti business hanno persino margini migliori. Prezzi più alti, in generale, restano un vantaggio per le aziende. Ma attenzione: non tutte reagiscono allo stesso modo. Molte società hanno in realtà una correlazione inversa con l’inflazione. La tecnologia è l’esempio perfetto: quando i prezzi scendono, i loro margini crescono.
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L’impatto e il ruolo dell’Intelligenza Artificiale (AI)
Guardando alla storia americana, i più grandi cicli di innovazione — negli anni ’40-’50 e poi di nuovo negli anni ’90 — sono nati in un contesto di carenza globale di lavoro. Quando la forza lavoro scarseggia, aumenta la pressione sui salari e, inevitabilmente, sulla spinta a innovare per produrre di più con meno.
Oggi ci troviamo di nuovo in una fase di deficit strutturale di forza lavoro qualificata, destinata a durare almeno fino al 2045. Questo è il contesto ideale per l’avvio di un nuovo ciclo tecnologico. Le aziende, infatti, avranno a disposizione risorse enormi: circa 3.000 miliardi di dollari l’anno che in altri tempi sarebbero finiti in stipendi, oggi possono essere reindirizzati verso investimenti in automazione e intelligenza artificiale. Non a caso, i primi benefici si vedono già nei bilanci di colossi come Nvidia.
Come discuteremo più avanti in questa newsletter, un altro fattore di lungo periodo spinge a favore dei mercati: nei prossimi vent’anni i Millennials erediteranno fino a 100 trilioni di dollari dai Baby Boomers. Si tratta di uno dei più grandi passaggi di ricchezza della storia, superiore al valore netto complessivo dell’intera Cina.
Questa enorme liquidità finirà per rafforzare settori già nelle corde delle nuove generazioni: la tecnologia e l’innovazione. Diversi sondaggi dimostrano infatti che i giovani hanno più fiducia nelle big tech che nei governi, e questo orienterà inevitabilmente i flussi di capitale delle nuove generazioni.
Tutto questo accade mentre gli indici viaggiano ai massimi storici. È quindi fondamentale mantenere disciplina: evitare di vendere in panico durante le correzioni inevitabili, ma anche non farsi travolgere dall’euforia nei momenti positivi.
La carenza globale di manodopera spingerà le azioni tecnologiche verso nuovi amssimi, con il settore tech destinato a rappresentare fino al 50% dell’intero mercato azionario.
E questo spiega perché fin dall’inizio la nostra scelta strategica è stata quella di posizionarci sulla tecnologia. I nostri studi, basati su oltre un secolo di dati di mercato, mostrano chiaramente che i veri “filoni d’oro” dei mercati azionari — le vene d’oro dell’Alaska, per usare una metafora — si trovano nella tecnologia quotata negli USA.
Ma attenzione: quando parliamo di tecnologia non intendiamo solo il “tech” in senso stretto. Tecnologia è tutto ciò che ha un impatto disruptive sul mondo. Le automobili, nei primi decenni del Novecento, erano tecnologia pura: eppure Ford e General Motors sono classificate come aziende manifatturiere di beni di consumo ciclici.
Negli anni ’60, l’introduzione della pillola anticoncezionale è stata una rivoluzione tecnologica che ha trasformato la società. Lo stesso vale per le ferrovie, che hanno cambiato per sempre i trasporti e il commercio. Perfino McDonald’s e il modello del fast food, reso possibile da nuove tecniche produttive e organizzative, rappresentano un’innovazione tecnologica.
Per questo abbiamo creato THÉMA, un portafoglio focalizzato sulle nuove tecnologie: dall’intelligenza artificiale all’economia dello spazio, passando per i grandi trend di trasformazione che stanno ridisegnando interi settori come la blockchain.
Nella nostra lista Stocks & ETF Ideas troviamo, per esempio, nomi come Nvidia (NVDA), al centro della rivoluzione AI, ma anche Amazon (AMZN), che non è solo e-commerce ma anche cloud, infrastrutture digitali e ora intelligenza artificiale generativa come ChatGPT. In altre parole, la tecnologia non è confinata in un settore: è il filo rosso che attraversa tutta la storia dei mercati e che continua a generare i maggiori ritorni.
In questo momento storico particolare la forza lavoro in età centrale (prime age) cresce più lentamente della popolazione mondiale e, entro fine decennio, il gap sarà di circa 80 milioni di lavoratori.
E qui sta il punto: la premessa dell’AI non è “più occupazione”, ma più produzione con meno lavoro umano. Tradotto: utili che possono continuare a salire anche con sotto-occupazione, e multipli P/E che possono restare alti (ed è sano che lo facciano) se la produttività e i margini migliorano.
A proposito di narrativa: il 20 agosto 2025 il Wall Street Journal titolava “Meta Freezes AI Hiring After Blockbuster Spending Spree”. Fuorviante.
Un freeze delle assunzioni non è uno stop all’AI: è disciplina sui costi per massimizzare ROI della produttività. Lo ripeto: l’AI serve ad aumentare la produzione riducendo il fabbisogno di lavoro umano in molte mansioni. E le nuove generazioni hanno (e avranno) una concezione del lavoro diversa dagli anni ’80: più flessibilità, più intermittenza, meno tempo pieno “a prescindere”.
Le stime sono chiare: le imprese spenderanno circa 3.200 miliardi di dollari l’anno in tecnologie di intelligenza artificiale per fronteggiare la carenza di manodopera. E player come Nvidia, ormai vicina a 150 miliardi di dollari di ricavi annui, sono posizionati al centro di questo flusso di spesa.
Non sarebbe la prima volta che una carenza globale di lavoro spinge in alto le azioni tecnologiche: è già successo. Quando la tecnologia spinge la produttività, i mercati si riscrivono.
Guardando il grafico qui sopra — costruito sovrapponendo più studi sui periodi di carenza di forza lavoro — il messaggio è chiaro: nelle fasi di shortage la Tecnologia sovraperforma in modo sostanziale. E riteniamo che il periodo 2015–2047 continuerà a favorire il settore, fino a poter pesare circa il 50% dell’S&P 500.
Tra il 1948 e il 1967 c’è stata una carenza globale di forza lavoro e i titoli tecnologici sono andati in parabolica. Stesso copione tra il 1991 e il 1999: carenza di lavoratori, tecnologia in volo. È esattamente lo scenario che stiamo vivendo oggi.
Sul tema “Nvidia è in bolla come Cisco ai tempi della dot-com?” serve prospettiva. Nvidia oggi vende hardware di calcolo estremamente scarso e costoso: parliamo di sistemi da centinaia di migliaia di dollari (per ordine di grandezza: DGX H100 ~ 482.000 $, DGX-2 ~ 399.000 $, DGX A100 ~ 199.000 $, a seconda di configurazioni e bundle).
All’epoca, Cisco vendeva router da ~100 $ eppure arrivò a P/E ~100x. Nvidia gira intorno a ~30x P/E: in questo contesto, non sembra affatto eccessivo. Anzi: siamo ancora all’inizio.
A questo punto la scelta per un investitore è semplice:
L’8% ha senso come obiettivo di diversificazione del patrimonio, ma non come criterio per “diversificare dentro” l’azionario quando c’è un trend dominante. È come chiedere una fetta di torta e poi sbriciolarla in 500 pezzi: alla fine non sazia nessuno. Meglio una fetta piena del pezzo giusto.
L’AI è più grande dello smartphone
Vent’anni fa è successo tutto insieme:
Da quel mix è nato un mondo da migliaia di miliardi di dollari: certo, i player legacy (operatori storici consolidati) sono rimasti centrali, ma una valanga di nuove aziende ha cavalcato quelle tecnologie e le crepe degli imperi tradizionali.
Siamo di nuovo allo stesso punto della storia.
All’epoca molti negavano il cambiamento. Quando uscì l’iPhone, BlackBerry e Nokia (te le ricordi?) risero. È stato come con Kodak davanti al digitale o Blockbuster con lo streaming su Netflix: hanno snobbato la novità, sono state superate e oggi quasi non esistono più. Allo stesso modo, tanti banchieri, economisti e professori di Harvard dicevano che bitcoin era una truffa e che la fintech non sarebbe mai diventata mainstream. Com’è andata?
Concedimi una piccola nerdata storica: sapevi che nel 2000 i fondatori di Netflix, Reed Hastings e Marc Randolph, offrirono a Blockbuster di vendere la loro azienda per 50 milioni di dollari? All’epoca Netflix non era altro che un servizio di noleggio DVD per corrispondenza. Il CEO di Blockbuster, John Antioco, li fece letteralmente uscire ridendo dalla sala riunioni.
Oggi il resto è storia: Blockbuster non esiste più, mentre Netflix vale 516 miliardi di dollari di capitalizzazione e genera più di 10 miliardi di ricavi a trimestre.
Come si dice… ride bene chi ride ultimo. E chi sa riconoscere la svolta.
Oggi quella svolta ha un nome chiaro: intelligenza artificiale, robotica, blockchain e stablecoin.
E qui sta l’errore da evitare: l’AI non è un “add-on”, non è un plugin. È la nuova architettura dopo cloud e mobile. Dopo app e API, entriamo nell’era delle analytics profonde. È tutta un’altra cosa.
Come BlackBerry pensava che l’iPhone avesse “perso la bussola” perché senza tastiera, così Google rischia di credere che le persone vogliano ancora “cercare” invece di imparare. Per milioni di utenti, ChatGPT ha già sostituito la barra di ricerca nella testa. Gemini corre per recuperare, Grok fa di tutto per non restare indietro, ma il mondo è già cambiato. Loro lo vedono — meglio di BlackBerry, Blockbuster e Kodak, stavolta — tu lo vedi?
La domanda è semplice: stiamo comprando il passato, stiamo comprando aziende che “mettono l’AI” nel trimestrale per spuntare una casella, oppure stiamo costruendo un portafoglio fatto di business di un mondo che senza AI non potrebbero esistere?
Al centro di questa trasformazione c’è Ethereum, la piattaforma che alimenta la maggior parte degli asset tokenizzati, dalle stablecoin alle azioni. Le banche stanno acquistando $ETH non per speculazione, ma per rafforzare l’infrastruttura delle loro stablecoin, sfruttando gli smart contract e lo staking di Ethereum per garantire sicurezza e affidabilità.
Robinhood sta guidando la tokenizzazione di azioni e altri asset, consolidando Ethereum come il cuore pulsante della nuova economia digitale.
Gli ETF su Ethereum stanno accelerando questa tendenza. A giugno, hanno attratto 1,17 miliardi di dollari in flussi, e si prevede che nel secondo semestre del 2025 possano raggiungere i 10 miliardi. Questo narra una storia chiara per gli investitori tradizionali: Ethereum non è solo un investimento, ma l’infrastruttura per stablecoin, azioni tokenizzate e il futuro di internet.
Il 24 giugno 2025, SharpLink ha annunciato di aver aumentato le sue partecipazioni in $ETH a 188.478 unità, a un prezzo medio di 2.513 dollari per ETH, un segnale forte della fiducia nel potenziale di Ethereum.
In questo contesto, un titolo legato a Ethereum si sta affermando come il leader indiscusso per cavalcare questa rivoluzione, e noi di TP INVEST lo consideriamo il fulcro del nostro outlook per il futuro.
Carenza di lavoratori, la forza dei Millennials (40% degli acquirenti di case) che guardano ai tassi più che ai dazi, e la regola dei 10 giorni migliori che ogni anno fa la differenza.
Storicamente ogni generazione ha personalità plasmate da diverse forze culturali e tecnologiche. Per gran parte dell’ultimo decennio, le discussioni sui Millennials si sono concentrate sulla loro giovinezza e sulle tendenze adolescenziali del loro comportamento e modo di vivere. Nel frattempo, il loro impatto sull’economia statunitense e globale è andato accelerando.
Il portafoglio tematico tecnologico THÉMA di Trend Positioning mira a individuare i titoli meglio posizionati in questo tema per beneficiare della capacità di spesa e dell’influenza di questa coorte.
Mi sembra utile parlare dei Millennials, perché la domanda è: visto che il mercato è preoccupato per i dazi, questo cambia la nostra tesi sui mercati nei prossimi 10 anni?
Ripassiamo le basi.
Prima di tutto, i Millennials sono la più grande generazione mai nata, circa 96 milioni di persone al picco, atteso intorno al 2038. Ti potresti chiedere perché diciamo che i Millennials continueranno a crescere come coorte: c’entra l’immigrazione. Finché ci saranno flussi netti positivi di persone nate tra il 1981 e il 1996, la coorte Millennial continuerà ad aumentare. Inoltre, le persone tra 30 e 50 anni rappresentano la cosiddetta prime-age workforce.
Studiando cosa è successo dal 1935 si nota che il numero di persone tra 30 e 50 anni si muove in modo ciclico ed è guidato dalle coorti generazionali. Guardando il grafico qua sotto si nota che il minimo del 2009 ha segnato l’inizio dei primi Millennials nella fascia 40–44 anni, contribuendo all’aumento del numero di persone in quell’età. Il grafico mostra chiaramente perché i Millennials, la più grande generazione nella storia americana, manterranno i prezzi delle case alle stelle per anni. Per questo guardano ai tassi d’interesse, non ai dazi.
Conta davvero? Sì.
Per esempio, se guardiamo l’inflazione core a 10 anni “rolling”: è correlata al numero di persone tra 30 e 50 anni. Perché? Ne abbiamo parlato durante la Trend Positioning Growth Conference del 2024, ma in sostanza — secondo i dati dell’Urban Institute — l’indebitamento mediano di un individuo cresce tra i 30 e i 50 anni.
In altre parole, più persone tra 30 e 50 anni ⇒ più persone che prendono prestiti.
Con l’età, la leva finanziaria tende poi a diminuire. Questo perché a 30 anni inizi a prendere decisioni più capital-intensive (mutuo prima casa, seconda auto, istruzione dei figli), mentre il reddito cresce entrando negli anni di picco.
Questo è un punto chiave: da qui a fine decennio i Millennials — entrando nella fascia 30–50 anni — saranno i principali acquirenti di beni e servizi. Parliamo di circa il 33% della crescita della spesa dei consumatori, il 98% delle nuove nascite, il 44% delle auto acquistate e il 40% delle case comprate entro il 2030.
Certo, questo li rende indirettamente sensibili ai dazi, ma il vero ago della bilancia resta il mutuo: i Millennials sono molto più sensibili ai tassi d’interesse. E qui sta il punto: i tassi scendono e scenderanno di nuovo (anche a causa delle tensioni sui dazi), ma per i Millennials è molto più importante avere mutui accessibili che preoccuparsi di eventuali rincari da tariffe doganali. Per questo credo che il focus del mercato sui dazi sia miope.
I numeri parlano chiaro:
Nel settore finanziario, il loro peso è ancora più evidente: i Millennials guideranno il 72% della crescita della spesa in prodotti assicurativi, mutui, assicurazioni auto, conti pensionistici (che non avranno garantiti come i nostri genitori), noleggi auto, oneri finanziari e assicurazioni vita. In breve: oggi i Millennials sono il consumatore chiave dei servizi finanziari.
Questo si inserisce in una storia già vista. Prima dei Millennials, c’era la Gen X; prima ancora i Baby Boomers. Ogni volta, la generazione “al centro” (30–50 anni) ha lasciato il segno sui mercati.
Negli anni ’80–2000, con i Boomers al centro della scena, gli investitori compravano titoli consumer (beni di largo consumo) perché erano condizionati dallo stile di vita e dalle abitudini della generazione dei loro genitori. Il risultato? I titoli consumer hanno moltiplicato il loro valore di circa 11 volte, ma hanno sottoperformato l’S&P500, che nello stesso periodo fece quasi 16 volte.
Con la Gen X, invece, la storia è stata completamente diversa: i titoli internet (il settore “nativo” della loro epoca) hanno reso circa 16 volte, contro un modesto 3,6 volte dello S&P500. Una sovraperformance clamorosa.
In altre parole: puntare sui settori “preferiti” dalla generazione dominante ha fatto la differenza. Ma attenzione: quando gli investitori hanno insistito su settori legati alla generazione precedente (consumer con i Boomers), hanno guadagnato sì, ma meno del mercato. Quando invece hanno seguito i trend della loro stessa generazione (internet con la Gen X), hanno sovraperformato in maniera esplosiva.
Ora tocca ai Millennials, che guideranno i mercati fino al 2038. Per questo costruiamo portafogli come Stocks & ETF Ideas e il nostro portafoglio tematico THÉMA, focalizzato su tecnologia e nuovi trend strutturali.
Capisco la tentazione di uscire dai mercati in fasi turbolente. Ma qui conta ricordare la regola dei 10 giorni migliori: se non sei investito in quei 10 giorni, il rendimento annuo medio scende da +8% a −3%. Negli ultimi 10 anni, l’S&P ha reso +12% annuo, ma senza i 10 giorni migliori si scende a −10%.
Se il tuo scopo è investire per il lungo termine non serve indovinare il “momento giusto”: serve restare investiti e per sovraperformare i mercati bisogna essere investiti nei temi giusti.
Certo, il nostro portafoglio THÉMA non è immune alla volatilità, ma grazie alla gestione attiva e all’uso di hedging riduciamo l’impatto delle “10 giornate peggiori” – quello di cui nessuno ti parla quando racconta la storiella dei 10 giorni migliori e del rimanere sempre investiti. E nella strategia R.AP.T.OR. – la forma più attiva di Trend Positioning – prevede anche uscite totali o posizioni short nei bear market, come già accaduto nel 2022.
Un promemoria: un titolo R.A.P.T.OR. segue un processo in 5 step (Ricerca, Analisi, Picking, Trigger, Orchestrazione) e deve avere 7 forze e 18 caratteristiche precise — le stesse che hanno reso grandi aziende come META, AMZN, AAPL o GOOGL quando ancora erano sottovalutate.
Noi implementiamo i titoli R.A.P.T.OR. sotto steroidi nel portafoglio THÉMA, puntando sui temi di lungo periodo: Millennials, carenza globale di forza lavoro, AI e automazione, energia e cybersecurity, economia dello spazio, blockchain e nuovi sistemi finanziari. I temi di medio periodo (entro 24 mesi) che invece fanno parte di Stocks & ETF Ideas entrano solo in THÉMA se si sovrappongono a più trend strutturali: i titoli che compaiono in più di un tema sono i più “RAPTOR” tra i RAPTOR. Non compriamo titoli spazzatura o guidati da solo e puro hype. Vogliamo assicurarci che generino utili e un elevato ROIC (Return on Invested Capital, ritorno sul capitale investito).
Penso che avere una gestione attiva, sia nella selezione dei titoli sia nella parte tematica, possa avere molto senso per gli investitori. E questo è alla base della nostra filosofia e modello di investimento.
L’S&P 500 potrebbe crescere del 300% entro il 2035: la spinta generazionale dei Millennials sta ridisegnando l’economia e trascinando i mercati verso nuovi massimi storici
Nell’ultimo webinar dedicato ai nostri clienti abbiamo mostrato come, alla luce dei dati storici e di una serie di eventi che si stanno allineando (chi ha partecipato alla Trend Positioning Growth Conference ricorderà bene il concetto di convergenza tecnologica), il nostro scenario base per l’S&P 500 punti a un livello compreso tra 19.150 e 19.350 entro il 2038.
Il motivo semplice per cui credo che l’S&P 500 possa crescere del 300% nei prossimi dieci anni è che è già successo in passato. Tra il 1991 e il 1999, nel pieno della rivoluzione mobile e internet, l’indice mise a segno una performance simile. Anzi, se guardiamo al periodo 1991–2009, la crescita complessiva fu del 310%, con un CAGR di circa +8,1% annuo. La differenza è che oggi, a mio avviso, non siamo nel 1991 ma addirittura più indietro — in una fase simile al 1987–1989. Per questo credo che il prossimo decennio abbia tutto il potenziale per replicare, se non superare, quel +300%.
La base di questa proiezione di lungo periodo poggia su tre pilastri fondamentali:
Al netto di guerre, crisi o decisioni politiche, nel lungo periodo sono i driver strutturali a prevalere.
Quindi oggi è davvero difficile immaginare uno scenario ribassista di lungo periodo. A mio avviso il rischio principale per un investitore oggi non è “vendere troppo tardi”, ma vendere troppo presto.
Come si vede dal grafico qua sopra, dal 1900, ogni massimo dei mercati azionari è sempre coinciso con il picco di una generazione. “Coincidenza? Io non credo”.
E se guardiamo meglio, quei picchi possono essere spiegati dal raggiungimento del massimo potere di consumo di ciascuna generazione.
Oggi sappiamo che l’età centrale (30–50 anni) dei Millennials non raggiungerà il suo apice prima del 2038. Questo significa che, storicamente parlando, i mercati hanno ancora una lunga pista di crescita davanti a sé. Un mercato toro fino al 2038 non è uno scenario ottimistico, ma il caso base. Se la demografia è destino, le azioni americane hanno ancora molta strada da fare.
👉 [Guarda il replay del webinar] oppure [iscriviti alla prossima sessione].
Gen Z e la fine del lavoro come lo conosciamo
Se il presente appartiene ai Millennials, il futuro sarà della Generazione Z.
La Gen Z — ossia i nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010 — attribuisce meno importanza allo stipendio rispetto a qualsiasi altra generazione e considera il lavoro da remoto una priorità assoluta. È anche la generazione più diversificata: secondo il Census Bureau, entro il 2026 la maggioranza sarà composta da non-bianchi.
Le aziende devono chiedersi: come competere per questo talento e costruire culture aziendali capaci di rispondere ai loro bisogni? Basta guardare i titoli del WSJ della scorsa settimana su Meta e unire i puntini.
La Gen Z non rifiuta il lavoro corporate in sé — ma non è disposta, come le generazioni precedenti, a scendere a compromessi con ambienti che non rispettano i propri valori. Questa generazione tiene moltissimo all’autonomia e all’equilibrio vita-lavoro: quasi due terzi vorrebbero lavorare in una start-up o come indipendenti, e circa la metà dichiara che lascerebbe il lavoro se questo andasse a intaccare il proprio work-life balance.
Ecco perché fissarsi sull’U6 e gridare “Recessione, il mondo sta crollando” equivale a puro terrorismo finanziario.
Vediamo alcuni dati.
Il punto cruciale per la Gen Z è la flessibilità. Uno studio condotto su 35.000 lavoratori in 34 Paesi chiamato “how companies can adopt a gen z mindset” (come le aziende possono adottare un mindset da gen z) ha mostrato che quasi 2 su 4 giovani della Gen Z preferirebbero restare disoccupati piuttosto che bloccati in un lavoro che non amano.
Il podcast Microsoft Stories ha recentemente discusso proprio di come colmare il divario generazionale sul lavoro flessibile, evidenziando i benefici per le aziende che sanno adattarsi a queste nuove esigenze.
Oggi il 73% dei dipendenti desidera opzioni di lavoro flessibile permanenti, mentre il 67% vuole anche più collaborazione di persona post-pandemia. In sintesi: tutti vogliono il meglio dei due mondi. Per i giovani, soprattutto, la flessibilità è la condizione non negoziabile.
Il ciclo delle generazioni e i mercati
Se guardiamo indietro, ogni generazione ha avuto un suo apice economico:
Oggi i Millennials sono la generazione che guida i mercati, e questo lascia intravedere un bull market destinato a durare. Ma attenzione: una volta superato il loro apice, potremmo assistere a un bear market, proprio come accaduto con le generazioni precedenti — e in modo simile a quanto visto tra il 2000 e il 2014.
A differenza di quanto sostengono alcuni economisti più pessimisti, come Jeremy Siegel della Wharton, ritengo che l’attuale inflazione sia solo temporanea e non sufficiente a compromettere lo scenario positivo di lungo periodo. I veri rischi del mondo reale arrivano piuttosto dall’instabilità politica e dal conflitto in atto con Russia e Cina.
Tuttavia, nei mercati, proprio queste tensioni aprono nuove opportunità: la cybersecurity e la difesa militare diventeranno aree cruciali d’investimento. La storia lo dimostra chiaramente: da ogni guerra sono nate innovazioni decisive.
C’è un forte scollamento tra come gli investitori osservano i mercati e come l’economia funziona davvero. Ecco perché insisto: bisogna provare a guardare ai mercati con gli occhi di un ventenne. Storicamente la maggior parte degli investitori ragiona come la generazione precedente — ed è proprio lì che spesso si spiegano le sottoperformance.
Già iniziare a pensare da Millennials sarebbe un passo avanti, ma non basta. Dobbiamo imparare a ragionare con la mentalità di chi sarà davvero il motore del mercato nei prossimi decenni: prima la Gen Z e poi la Gen Alpha. Questo significa che anche il nostro tema demografico dovrà evolvere e orientarsi sempre più verso le coorti più giovani, quelle che guideranno consumi, innovazione e ricchezza.
Non è questione di domani o dei prossimi due anni: ma è solo questione di tempo, perché prima o poi succederà.
Negli ultimi tempi abbiamo visto un rialzo del prezzo dell’oro, ma è probabile che a comprarlo siano soprattutto le generazioni più anziane, con grandi disponibilità di liquidità. Anche nella prima metà del 2025, per chi si è perso il rally di mercato, l’oro è diventato una scelta più attraente man mano che aumentavano i timori sull’inflazione e i dazi.
Ma mentre i Baby Boomers si rifugiano nell’oro, la Generazione X e i Millennials stanno comprando titoli tecnologici. Dopo la pandemia del 2020, le azioni tech sono diventate più attraenti, mentre la liquidità è salita a livelli recond con 7.4 miliardi di dollari parcheggiati in Money Market Funds. E insieme a questo sta cambiando anche la percezione del Bitcoin.
A causa del coronavirus, molte aziende stanno di fatto diventando “cashless” e questo rende più facile capire il valore del Bitcoin, che in sostanza è una rete di regolamento non denominata in dollari.
Una ricerca di JPMorgan sembra confermare questa visione: in una nota del 4 agosto 2020, i loro strategist hanno scritto che i Millennials tendono a preferire i titoli tecnologici, mentre gli investitori più anziani vendono azioni per comprare oro e obbligazioni.
E dopo decenni in cui la Cina è stata la “fabbrica del mondo” grazie a una popolazione in crescita, il futuro sarà diverso: il lavoro sarà sempre più sostituito dall’automazione, prodotta in gran parte negli Stati Uniti.
In altre parole, il lavoro come lo conosciamo sta finendo. E chi investirà nel modo giusto potrà cavalcare il trend più potente dei prossimi decenni. I fattori demografici quindi saranno decisivi: i giovani stanno aumentando il loro potere d’acquisto, accumulano reddito e sono i beneficiari del più grande trasferimento di ricchezza della storia — stimato fino al 10% del PIL annuo e pari a 86-90 trilioni di dollari complessivi entro il 2042 (dati Cerulli Associates).
Come Gen X e Millennials stanno cambiando il volto degli investimenti mentre ereditano oltre 85 trilioni di dollari
Il “Great Wealth Transfer” è ormai in pieno svolgimento: tra gli 80 e i 100 trilioni di dollari — la cifra oggi più condivisa è circa 85 trilioni mentre in alcuni studi si parla addirittura di oltre 100 trilioni di dollari — passeranno dalle generazioni più anziane ai loro eredi entro il 2048, secondo le stime di Cerulli Associates.
Con il passaggio di testimone, gli eredi delle grandi famiglie patrimoniali stanno usando i tradizionali family office, da sempre molto conservativi, in modo più innovativo e orientato a investimenti basati su valori e impatto sociale.
Secondo il report di Cerulli, i principali beneficiari saranno – guarda un pò… – i Millennials (27–42 anni) e la Generazione X (43–58 anni), che erediteranno circa 85 trilioni di dollari tra il 2024 e il 2048. La Gen Z e i più giovani (under 27) riceveranno invece oltre 15 trilioni.
Un dato importante: la maggior parte di questa ricchezza proverrà da famiglie HNW e UHNW (High Net Worth e Ultra-High Net Worth), che rappresentano solo il 2% dei nuclei familiari americani, ma che da sole trasferiranno oltre il 50% della ricchezza, circa 62 trilioni di dollari.
Perché il “Great Wealth Transfer” sta avvenendo adesso?
È vero che la ricchezza è sempre passata da una generazione all’altra, ma l’entità di questo fenomeno è unica nella storia. Le radici risalgono alla terza ondata della rivoluzione industriale e al boom post-bellico.
Negli anni ’50 e ’60, con l’industrializzazione dell’Occidente e la crescita degli Stati Uniti ed Europa dopo la Seconda guerra mondiale, si crearono enormi ricchezze. Ci fu un’espansione di nuove industrie, grandi aziende e soprattutto della classe media. Sono stati 40 anni di straordinaria attività economica. Tutti hanno un’auto, una casa, nuove opportunità di lavoro e quel periodo ha creato la ricchezza che oggi viene trasferita a Gen X e Millennials.
Il significato di questo passaggio epocale è evidente: il modo in cui si investiva in passato non sarà lo stesso che guiderà il futuro. Stiamo entrando in un’era segnata da immediatezza, partecipazione, aspirazione e accessibilità. È la vera democratizzazione degli investimenti, dove AI, Bitcoin e Blockchain reciteranno un ruolo da protagonisti. Le preferenze stanno cambiando rapidamente e gli investitori devono essere pronti ad adattarsi a questo nuovo scenario.
Basti pensare — collegandoci a quanto detto all’inizio di questa newsletter sulla trasformazione del fintech e della finanza — e al caso Robinhood Markets Inc.
Per la generazione più giovane, Robinhood rappresenta quello che Charles Schwab è stato per i Baby Boomers negli anni ’80: la porta d’ingresso a una finanza più accessibile, democratica e meno elitaria. Come ho già spiegato in una newsletter, Robinhood è la “Charles Schwab degli anni ’80” per i Millennials e Gen Z.
Se negli anni ’80 Morgan Stanley incarnava il tempio della finanza tradizionale, Robinhood oggi è il suo contraltare per i giovani investitori. Negli anni ’80 Wall Street era ancora un club esclusivo dominato da pochi grandi broker, mentre alcuni pionieri stavano aprendo il mercato ai Baby Boomers. Quello stesso ruolo dirompente lo ricopre oggi Robinhood.
È difficile essere ribassisti oggi
Con i Millennials che iniziano a ereditare oltre 2.000 miliardi di dollari all’anno, è difficile immaginare uno scenario strutturalmente ribassista.
Ricapitolando sono tre i pilastri del nostro scenario base:
Negli ultimi cinque anni abbiamo attraversato crisi a ripetizione:
– Covid (2020)
– Supply chain shock (2021)
– Inflazione e rialzi FED più veloci della storia (2022-23)
– Japanese carry trade unwind (settembre 2024)
– Tariff disruption & Liberation Day (aprile 2025)
– Attacco USA all’Iran (giugno 2025)
Sette “cigni neri” in cinque anni hanno costruito una bolla di pessimismo. È per questo che oggi è popolare “chiamare il top” del mercato. Ma nella storia nessun mercato ha mai raggiunto il suo massimo con un livello di pessimismo così alto. E mentre l’S&P 500 tocca nuovi record, gli orsi di Wall Street avvertono della fine del bull market.
Io credo il contrario: fondamentali solidi e ricchezza millennial in crescita danno benzina per continuare e sono tutti segnali tipici di fasi sane e rialziste.
Questa volta siamo di fronte a una rampa ascendente strutturale, e credo che siamo solo all’inizio.
La conclusione logica è semplice: credo fermamente che azioni e crypto saranno alimentate dai Millennials nel prossimo decennio, con ritorni che potrebbero essere esplosivi. Sono loro i veri protagonisti delle nuove tecnologie: le capiscono, le usano, ne sono entusiasti.
E anche se la FED dovesse alzare i tassi nei prossimi anni — o se il tasso neutrale si stabilizzasse su livelli più alti rispetto a quelli a cui gli investitori si erano abituati nel post-2010, come ha ricordato Powell a Jackson Hole il 22 agosto 2025 — la storia dimostra che, nelle fasi di crescita accelerata, tassi in salita non hanno mai fermato l’equity.
In sintesi: questo mercato non è da guardare con sospetto, ma con consapevole ottimismo. Un periodo storico così non si ripeterà prima di 20-30 anni e gli investitori dovrebbero mantenere una visione strutturalmente rialzista sul lungo periodo.
Il rischio maggiore per un investitore oggi non è “vendere tardi”, ma vendere troppo presto e restare fuori dal mercato più forte della storia e certamente dalla rivoluzione piu importante degli ultimi 30 anni. Ognuno , come sempre, avrà o rendimenti che merita
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Spero che questa lettura ti sia piaciuta.
Alla prossima!
Gian Massimo Usai
TREND POSITIONING INVEST
Head Of Research & CIO
Fonti:
– Trend Positioning Research Institute
– https://cdn.britannica.com/83/271883-050-64889D47/Unemployment-Rate-retrieved-from-FRED.jpg
– US Chamber of Commerce, August 2024
– Kathy Bloomgarden, “Gen Z and the end of work as we know it”, World Economic Forum, May 2022
– https://accelmg.com/beneath-the-numbers-unraveling-the-u-s-labor-markets-hidden-crisis/
– https://fred.stlouisfed.org/series/UNRATE
– https://www.bls.gov/charts/employment-situation/alternative-measures-of-labor-underutilization.htm?utm_source=chatgpt.com
-https://en.wikipedia.org/wiki/Klondike_Gold_Rush
– TeamSense, “20+ Statistics about Absenteeism in the Workplace [2024]”, January 2024
– Roy Maurer, “Labor Shortages Forecast to Persist for Years”, shrm.com, January 2023
– Goldman Sachs, “Could Immigration Solve the US Worker Shortage?”
– https://markets.businessinsider.com/news/stocks/technology
– https://www.randstad.com/workforce-insights/talent-management/how-companies-can-adopt-a-gen-z-mindset/
– https://ukstories.microsoft.com/features/microsoft-stories-podcast-season-2-episode-4-how-do-we-close-the-huge-generation-gap-on-flexible-working/
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Gian Massimo è il Responsabile della Ricerca presso il Trend Positioning Research Institute, con oltre un decennio di esperienza nella ricerca azionaria e nell’analisi tecnica strategica sui mercati finanziari americani. È riconosciuto per le sue previsioni audaci e offre un’analisi settimanale gratuita su azioni tecnologiche rivoluzionarie, pensata per investitori orientati alla crescita a lungo termine, che capitalizza la sua vasta esperienza di mercato. Si distingue non solo per i notevoli rendimenti ottenuti con singoli titoli, ma anche per la qualità e la costanza delle sue analisi. La sua competenza distintiva consiste nel combinare una visione strategica da private equity, ispirata alla Silicon Valley, con una profonda comprensione della psicologia di massa nei mercati finanziari, per selezionare con precisione i titoli da inserire in portafoglio.
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