L’intelligenza Artificiale (AI) è la più grande opportunità di investimento del 21° secolo.
No, l’intelligenza artificiale non è una bolla. Se lo fosse, tu non te lo staresti chiedendo.
No, l’intelligenza artificiale non è morta. Siamo appena agli inizi.
Sì, ne sono certo.
Quando i mercati sono sui massimi storici e tutti sono convinti che ci sia una bolla pronta a scoppiare, significa non c’è nessuna bolla. Tantomeno pronta a scoppiare. Quando sui massimi di mercato tutti pensano che Warren Buffett sappia qualcosa che gli altri non sanno, solo perché ha aumentato la sua liquidità, non siamo in una bolla. Quando i mercati si trovano a meno del 10% dai loro massimi storici e il 60,8% degli investitori retail—come riportato da “The AAII Sentiment Survey” del 26/02/2025, si aspetta un crollo nei successivi 6 mesi, non siamo in una bolla.
Dopo 15 anni di studio dei mercati e 13 anni di skin-in-the-game, rimango ancora sorpreso da quante persone non abbiano imparato la lezione. Vedo gli stessi errori ripetuti all’infinito: investitori che comprano al top, vendono al minimo e si lamentano delle correzioni fisiologiche, senza mai afferrare l’importanza di un timeframe chiaro e di una strategia disciplinata.
Perché l’AI Non è una Bolla: Le bolle sono euforia ingiustificata, non valutazioni eccessive.
Se l’intelligenza artificiale fosse una bolla, non ci sarebbero così tanti dubbi. Le bolle speculative, come la dot-com bubble degli anni ’90 o la bolla immobiliare del 2008, si formano quando l’euforia è alle stelle e nessuno osa mettere in discussione la sostenibilità dei prezzi. Oggi, invece, il 60,8% degli investitori retail è pessimista. Questo scetticismo diffuso è l’opposto dell’euforia: è un segnale che siamo lontani da una bolla.
Come afferma Howard Marks, uno dei pochi esperti che vale davvero la pena ascoltare su questo tema: “Una bolla o un crollo rappresentano più uno stato mentale che un calcolo quantitativo.”
La prima fase di solito arriva subito dopo un declino o un crollo del mercato che ha lasciato la maggior parte degli investitori a leccarsi le ferite e profondamente scoraggiati. A questo punto, solo poche persone eccezionalmente perspicaci sono in grado di immaginare che ci possa essere un miglioramento all’orizzonte.
Nella seconda fase, l’economia, le aziende e i mercati stanno andando bene, e la maggior parte delle persone accetta che il miglioramento stia effettivamente avvenendo.
Nella terza fase, dopo un periodo in cui le notizie economiche sono state ottime, le aziende hanno riportato profitti in forte crescita e le azioni si sono apprezzate in modo sfrenato, tutti concludono che le cose potranno solo migliorare per sempre.
Le bolle si distinguono per un pensiero tipico delle bolle.
A mio avviso, è l’estremismo psicologico a definire una bolla, e al momento non riscontro oggettivamente una situazione di questo tipo.
Anzi.
Pensaci: durante la bolla delle dot-com, aziende senza profitti venivano valutate miliardi solo perché avevano un “.com” nel nome. Con l’AI, invece, abbiamo aziende come NVIDIA, Tesla e Palantir che generano ricavi reali e guidano una rivoluzione tecnologica concreta. Non è speculazione cieca, è valore tangibile.
I Ribassisti nei Mercati Finanziari: Tre Motivi Dietro la Loro Visione
Nel mondo degli investimenti, i ribassisti – coloro che prevedono cali di mercato, recessioni o crolli – sembrano avere un fascino particolare. Ma cosa li spinge a essere così pessimisti? Generalmente, si possono identificare tre motivi principali che guidano la loro mentalità. Di seguito, analizziamo ciascuno di essi, aggiungendo contesto, esempi e fonti per comprendere meglio questo fenomeno.
1. Il Piacere di essere Contrarian
Le persone amano essere contrarian, soprattutto nei mercati finanziari. Quando il mercato sale e l’ottimismo domina, i ribassisti si distinguono ipotizzando scenari di crollo. Essere contrarian è, senza dubbio, una qualità preziosa. Ma c’è un caveat fondamentale: non basta essere contrari, bisogna anche avere ragione. Come dice Howard Marks, co-fondatore di Oaktree Capital, “essere contrarian è utile solo se sei dalla parte giusta del trade”. Altrimenti, si finisce per essere, come si dice in gergo, “dalla parte sbagliata del trade”.
Ad esempio, durante il rally dei mercati post-2009, molti ribassisti hanno previsto crolli che non si sono mai verificati, perdendo opportunità significative. Essere contrarian per il gusto di esserlo, dunque, è più un esercizio di ego che una strategia vincente.
2. L’Illusione dell’intelligenza accademica
Dire “credo che il mercato continuerà a salire perché gli utili e imargini aziendali continueranno a espandersi grazie all’AI” suona banale, quasi noioso. Al contrario, i ribassisti spesso sfoggiano un arsenale di motivazioni accademicamente intelligenti: analisi storiche, teorie economiche, dati macro. Prevedere una recessione o chiamare un “top di mercato” non solo attira l’attenzione, ma proietta un’aura di sofisticazione. Pensiamo a Nouriel Roubini, soprannominato “Dr. Doom” dopo aver previsto la crisi del 2008. La sua fama è esplosa, ma le sue continue previsioni di recessioni negli anni successivi – molte delle quali non si sono realizzate – dimostrano che anche le argomentazioni più brillanti possono essere fallaci. E come dimenticare Michael Burry, protagonista del film La Grande Scommessa, che nel 2005 scopre che il mercato immobiliare statunitense è estremamente instabile, essendo basato su mutui subprime ad alto rischio, motivo che farà scoppiare la bolla due anni dopo.
Questo fenomeno ha una spiegazione psicologica. Secondo The Psychology of Investing di John R. Nofsinger, gli investitori sono inclini a bias come l’overconfidence o il negativity bias, che li portano a sovrastimare i rischi e a sottovalutare le tendenze positive. Chiamare un crollo ti può tenere sotto i riflettori per anni – anche se sbagli – mentre seguire il flusso del mercato, pur rendendoti ricco, raramente ti fa guadagnare notorietà.
Ray Dalio lo ha capito molto bene tanto tempo fa. Nel suo libro Principles: Life & Work che tutti raccomandano, giustificava le previsioni errate come esperienze di apprendimento.
La realtà è che sapeva molto bene che le previsioni ribassiste ottengono spazio nei media, lo spazio nei media porta attenzione e l’attenzione si traduce in asset in gestione.
Pensiamo, al contrario, a Warren Buffett: il suo successo deriva da un approccio paziente e rialzista nel lungo termine, ma non è certo famoso per le sue previsioni catastrofiche.
3. Interpretare le mosse dei Grandi Investitori
I ribassisti adorano costruire narrazioni basate sulle azioni di figure iconiche come Warren Buffett o Ray Dalio. Se Buffett vende una posizione significativa in Apple o aumenta la liquidità, ecco che scatta l’interpretazione: “Sta preparando il portafoglio per un crollo!”. Lo stesso vale per Dalio, che da decenni parla di cicli economici e rischi di recessione – per la trentesima volta in trent’anni. Ma queste interpretazioni sono spesso distorsioni.
Prendiamo Buffett. Nel 2024, ha ridotto la sua posizione in Apple, scatenando speculazioni ribassiste. Tuttavia, nella sua lettera annuale agli azionisti di Berkshire Hathaway, ha chiarito che le sue mosse sono guidate da questioni fiscali, non da una visione apocalittica sui mercati.
Questo ci porta a riflettere sul tema delle bolle e del sentiment di mercato.
Quel 60,8% di investitori che si aspetta un crollo è un dato potente. La storia dei mercati ci insegna che il sentiment estremo è spesso un indicatore contrarian: quando tutti sono pessimisti, il mercato tende a salire; quando tutti sono euforici, crolla. Oggi, con oltre il 60% degli investitori retail in preda alla paura, siamo più vicini a un’opportunità che a un disastro.
Il ciclo infinito dei mercati: avidità, paura e mancanza di visione
Per anni ho scritto di titoli legati all’intelligenza artificiale come Tesla, Palantir e NVIDIA, anche quando molti li screditavano, etichettandoli come sopravvalutati o irrilevanti. NVIDIA era considerata “finita”, Palantir “poco più di un nome vuoto”, Tesla “un produttore di auto elettriche mediocri destinato a soccombere alla concorrenza cinese”. Eppure, dal momento in cui li ho segnalati per la prima volta, questi titoli hanno registrato rialzi spettacolari, tra il 200% e il 2000% (sono un investitore Tesla dal 2019). La ragione? Ho sempre creduto nel loro potenziale trasformativo come protagonisti della quarta rivoluzione industriale.
Prendiamo NVIDIA come esempio concreto.
Se c’è un titolo che incarna il potenziale dell’AI, quello è Nvidia. Nonostante alcuni investitori pensino che il suo momento sia passato, i numeri e l’analisi raccontano una storia diversa. Di seguito, vi porto dentro i dettagli dell’ultimo trimestre di Nvidia, mostrando perché non solo non è un titolo finito, ma è pronto per un’altra gamba al rialzo e che dimostra che l’AI è tutt’altro che una moda passeggera.
Nel 2020, molti vedevano NVDA come un’azienda di hardware per videogiochi, ma il suo potenziale nell’AI e nel machine learning era già evidente. Oggi, è il leader indiscusso nei chip per l’intelligenza artificiale, con una crescita dei ricavi del 200% negli ultimi due anni grazie alla domanda di GPU per data center e applicazioni AI. Il titolo è salito del 300% in quel periodo, ma non senza volatilità: dopo un rialzo del genere, una correzione del 20% è stata sufficiente per spingere il “parco buoi” a vendere in preda al panico, perdendo l’opportunità di cavalcare un trend destinato a durare anni.
Ma cosa succede dopo? Il solito copione:
I titoli esplodono e il “parco buoi” compra al top, spinto dall’avidità e dalla FOMO (Fear Of Missing Out). Arriva una correzione del 20-30%, fisiologica dopo rialzi del genere, e tutti vendono, travolti dalla paura, gridando “è finita!”. Questa è la natura umana: avidità quando sale, paura quando scende. Il problema? La mancanza di un timeframe. Se credi che l’AI trasformerà il mondo nei prossimi 10 anni, un calo del 30% su un titolo come NVDA, che è già salito del 300%, non è un dramma, è un’occasione. La chiave è vedere oltre il rumore: NVDA non è solo un titolo che fa GPU, è un pilastro della rivoluzione tecnologica in corso.
Per capire perché NVIDIA non è solo un’onda speculativa ma una forza con fondamenta solide, analizziamo i suoi recenti risultati finanziari e le prospettive future. I numeri parlano chiaro: l’AI è qui per restare, e NVIDIA è in prima linea.
Timeframe e disciplina: la chiave per battere i mercati nel lungo termine
Rispetto a qualsiasi altro titolo a Wall Street, Nvidia ha riportato un trimestre eccezionale. Tuttavia, il titolo di Nvidia sta competendo con se stesso a questo punto, e se confrontato con i precedenti report trimestrali, il Q4 e il Q1 rappresentano una pausa nei fuochi d’artificio.
Nvidia ha riportato 11 miliardi di dollari di ricavi da Blackwell, tuttavia, Huang ha finalmente ammesso che i sistemi NVL sono in produzione (ma non spediti in volume). Piuttosto, altri SKU stanno compensando i ricavi Blackwell per ora. Secondo un dato che ho ottenuto da un analista, Nvidia prevede che i sistemi NVL e la prossima generazione Blackwell Ultra aumenteranno “simultaneamente” – il che aumenta la pressione per consegnare quest’anno fiscale dato che c’è stato un ritardo di “un paio di mesi” con i sistemi NVL.
Fortunatamente, per il TPRI e i nostri clienti, adottiamo un modello rigoroso che combina analisi tecnica e uno studio meticoloso, parola per parola, delle trimestrali delle società in cui investiamo, con l’obiettivo di minimizzare i rischi. Quando emerge un cambiamento nella narrativa aziendale – anche se temporaneo, magari limitato a uno o due trimestri – ci affidiamo all’analisi tecnica per proteggere le nostre posizioni, massimizzando al contempo i rialzi. Come sai, siamo esposti su NVIDIA, e lo siamo stati in modo significativo per tutto il 2024, soprattutto se consideriamo l’intero ecosistema che ruota attorno a questa azienda.
Attualmente deteniamo una posizione pilota all’interno del nostro portafoglio tematico tecnologico THÉMA, con l’intenzione di incrementarla nelle prossime settimane o mesi, in funzione dell’andamento del titolo e delle condizioni di mercato.
Di seguito illustro le ragioni per cui la seconda metà dell’anno potrebbe fungere da catalizzatore per la prossima fase di rialzo, mentre il primo trimestre potrebbe non essere stato sufficiente a spingere il titolo fuori dalla sua fase di consolidamento. È importante notare, tuttavia, che il settore dei semiconduttori è caratterizzato da notizie intra-trimestrali più frequenti rispetto al comparto software, un aspetto che potrebbe alterare il quadro in qualsiasi momento. È proprio qui che entra in gioco la gestione attiva del Modello R.A.P.T.OR., applicata al portafoglio tematico tecnologico THÉMA: la differenza sta nel passare da una mera speranza che un titolo salga a una strategia concreta, basata su ciò che il mercato effettivamente fa, indipendentemente dalle nostre aspettative.
Sebbene non basiamo le nostre decisioni di investimento sulle valutazioni – ne ho spiegato i motivi nel mio libro, disponibile QUI: http://trendpositioning.com/libro-trend-positioning/ – è innegabile che la valutazione di NVIDIA resti estremamente allettante per gli investitori istituzionali. Questa settimana ho scritto sul mio account X che NVIDIA vanta il P/E più basso dell’ultimo decennio, rendendola un’opportunità imperdibile per gli investitori.
La vera questione, però, resta il timing. Se i sistemi NVL fossero già distribuiti in volumi significativi, la catena di approvvigionamento sarebbe sotto pressione in questo momento – ed è proprio questo che intendo quando parlo di timing. Un concetto che molti fraintendono, confondendolo con l’idea semplicistica di comprare sui minimi e vendere sui massimi, un errore che si riflette anche nel modo in cui spesso travisano la differenza tra trader e investitore.
Ho anche evidenziato che gli investitori traggono maggiori benefici quando i proxy entrano in gioco: che si tratti di fornitori che segnalano un chiaro via libera o di un ETF come SMH, che può fungere da catalizzatore.
Ricavi in Crescita (Ancora una Volta)
NVIDIA ha superato le stime di consenso nel quarto trimestre, ma con un margine più contenuto rispetto al passato: i ricavi hanno raggiunto i 39,33 miliardi di dollari, battendo le attese di 1,15 miliardi. Si tratta della “sorpresa” più bassa degli ultimi sette trimestri, pur registrando una crescita robusta del 77,9% su base annua (YoY) e del 12,1% rispetto al trimestre precedente (QoQ). La dirigenza ha evidenziato che Blackwell sta segnando il lancio più di successo nella storia dell’azienda, contribuendo con 11 miliardi di dollari ai ricavi del Q4.
Nel 2025 fiscale, NVIDIA ha portato a casa 130,5 miliardi di dollari, un bel balzo del 114% rispetto all’anno prima. È il secondo anno di fila che vola a tre cifre, dopo il +126% del 2024. Per il primo trimestre del nuovo anno, l’azienda si aspetta di incassare 43 miliardi, con un margine del 2% in più o in meno: significa un bel +65,1% rispetto a un anno fa e un +9,3% dall’ultimo trimestre. Niente male, no? Soprattutto perché in tanti si fermavano a 42 miliardi. Occhio, però: rispetto all’ultimo trimestre, la crescita da un periodo all’altro frena un po’, scendendo sotto il 10%, circa 3 punti meno di prima.
I margini lordi sono attesi in calo nel Q1, con l’aumento della produzione di Blackwell che peserà sui costi. Già nel Q3, la dirigenza aveva previsto una discesa al 70% circa, per poi risalire al range del 75% una volta stabilizzata la produzione e consegna. Nel Q4, i margini lordi si sono allineati alla guidance precedente, mentre quelli operativi hanno superato le attese, grazie a una solida leva operativa che continua a sostenere la redditività.
Sul fronte degli utili, l’EPS GAAP del Q4 è salito dell’82% YoY a 0,89 dollari, battendo le stime di 0,80 dollari, mentre l’EPS adjusted ha raggiunto anch’esso 0,89 dollari, superando i 0,85 dollari previsti. Tuttavia, la crescita degli utili è attesa rallentare nei prossimi trimestri, con incrementi intorno al 50% YoY, sotto pressione per la contrazione dei margini legata a Blackwell. Per il Q1, gli EPS sono stimati a 0,91 dollari (+49,4% YoY), mentre per il Q2 si prevede un aumento del 50,2% YoY a 1,02 dollari.
Segmenti chiave: Data Center
Nel quarto trimestre, i ricavi dai data center sono schizzati a 35,58 miliardi di dollari, con un bel +93% rispetto all’anno scorso e un +16% rispetto al trimestre precedente, grazie soprattutto alle GPU che tirano la carretta. A dare una mano alla crescita del Q4 c’è stato anche l’aumento dell’H200 rispetto al trimestre prima.
Sul fronte networking, NVIDIA ha spiegato che sta passando da “NVLink 8 con Infiniband” a “NVLink 72 con Spectrum X”. Questo cambio sta spingendo i prodotti Ethernet e NVLink, soprattutto con l’arrivo in forze di Grace Blackwell.
Sistemi NVL 72 e Blackwell Ultra
Dei 200 miliardi di dollari di ricavi previsti quest’anno, quasi 100 miliardi dovrebbero arrivare dai sistemi NVL, che si traducono in 30.000-35.000 rack a 3 milioni di dollari l’uno. Con qualche ritardo evidente, era ovvio che nella call qualcuno chiedesse chiarimenti. La risposta? Hanno “aumentato la produzione”, ma senza confermare spedizioni a pieno ritmo. Insomma, i sistemi ci sono, ma non ancora in grande stile.
A mio avviso, dire che NVIDIA stia entrando in una “fase 4”, con un crollo dell’80% e il titolo morto, è pura follia. Basta fare i conti: 30.000 rack a 3 milioni l’uno fanno 90.000.000.000 (90 miliardi) di dollari – novanta miliardi! – solo da Blackwell. Per capirci, oggi NVIDIA tira su 90 miliardi ogni sei mesi con tutto quello che produce. Qui stiamo parlando di Blackwell che da sola si prende mezza NVIDIA. Novanta miliardi da un solo prodotto!
Dalle notizie che arrivano dritte dal campo, oggi per Blackwell c’è una domanda che supera l’offerta di 15 a 1. A mio avviso, questo è il momento delle opportunità, non della paura.
Altro che fine, questo è un razzo pronto a decollare.
Il problema rimanente è se sia i sistemi NVL di Blackwell che Blackwell Ultra (la prossima generazione di GPU) possano aumentare “simultaneamente” (che non era la roadmap originale). Forse questi due possono aumentarsi con successo simultaneamente, ma è anche importante riconoscere che non era il piano originale. Personalmente, a giudicare dalle stime degli analisti, il trimestre di ottobre vedrà una crescita QoQ più alta in termini di ricavi a 5 miliardi di dollari rispetto alle stime degli analisti di 4 miliardi di dollari per il trimestre precedente.
Durante l’ultima conference call, Jensen Huang, CEO di NVIDIA, ha fatto il punto sulla situazione.
“Sì, Blackwell Ultra arriverà nella seconda metà dell’anno. Con il primo Blackwell abbiamo avuto un singhiozzo che ci è costato un paio di mesi, niente di più. Ma questo non rallenta il nostro ritmo. Il prossimo treno è già sui binari, e viaggia a cadenza annuale. Blackwell Ultra porta con sé nuove reti, memorie più avanzate e, ovviamente, processori di ultima generazione – tutto sta prendendo forma ora.”
Huang ha poi rassicurato sul lavoro di squadra:
“Stiamo collaborando stretto con i nostri partner e clienti, abbiamo pianificato ogni passo. Hanno tutte le informazioni che servono, e li accompagneremo in una transizione senza intoppi. A differenza del passaggio da Hopper a Blackwell – quello sì che è stato tosto, con il salto da NVLink 8 a NVLink 72 che ha richiesto di ripensare chassis, architettura, sistema di alimentazione, tutto – stavolta sarà diverso. Tra Blackwell e Blackwell Ultra l’architettura di base non cambia, quindi sarà un incastro perfetto.”
E non è finita qui.
“Abbiamo già svelato il prossimo passo, Vera Rubin, e stiamo lavorando gomito a gomito con i nostri partner per prepararci. Sarà un altro balzo enorme, un salto in avanti pazzesco. Venite al GTC: vi parlerò di Blackwell Ultra, vi presenterò Vera Rubin e vi darò un assaggio di cosa bolle in pentola dopo. Abbiamo prodotti da urlo in arrivo, non perdetevelo!”
TAKEAWAY: I sistemi NVL 72 non sembrano ancora spediti in grandi quantità, ma se la produzione è in corso, dovrebbe partire a breve. Il timing si sovrapporrà quasi al lancio di Blackwell Ultra. La domanda non è un problema – ce n’è in abbondanza – ma vedere due generazioni così vicine è una rarità. Per farcela, servirà una catena di approvvigionamento che giri come un orologio.
ASIC: Perché i chip personalizzati non fanno paura
Le preoccupazioni sui ritardi delle spedizioni di Blackwell? Roba temporanea, passerà. Quelle sui chip personalizzati in silicio (ASIC)? Sempre in giro, ma non preoccupano per quattro motivi.
Prendiamo Google: dal 2018 i suoi TPU, chip su misura, erano sulla bocca di tutti. Si diceva che avrebbero fatto il salto, venduti in massa per sfidare NVIDIA sul suo terreno. Sette anni dopo, siamo ancora qui ad aspettare: non è successo niente di tutto ciò.
Di seguito, Jensen Huang spiega le difficoltà legate ai chip personalizzati in silicio. Sottolinea che questi chip, gli ASIC, sono application specific – questa parte è LA chiave – ovvero sono pensati per scopi specifici, mentre le GPU offrono una flessibilità imbattibile – e questo è il punto cruciale. Aggiunge poi il ruolo decisivo del software e il fatto che molti progetti di silicio personalizzato non arrivano mai alla produzione su larga scala. Visto che gli investitori continueranno a preoccuparsi di questo tema per un bel po’, ho trascritto la sua risposta e evidenziato quattro motivi chiave qui sotto:
Generale contro Specifico
“L’architettura di NVIDIA è universale. Che tu stia lavorando su modelli leggeri, modelli di diffusione, modelli visivi, multimodali o di testo, noi ci siamo. Siamo forti su tutto. Per definizione, siamo molto più versatili di un chip ristretto a un solo compito. Copriamo tutto dall’inizio alla fine e siamo dappertutto. Non siamo confinati a un solo cloud: siamo in ogni cloud, possiamo essere on-premise, dentro un robot. La nostra architettura è aperta, facile da adottare, ed è il punto di partenza perfetto per chi lancia una nuova azienda. Insomma, ci trovi ovunque. Se la nostra efficienza – performance per watt – è da 2 a 4 o persino 8 volte superiore, e non è raro, questo si traduce subito in soldi. Pensa a un data center da 100 megawatt: se il throughput è 4 o 8 volte più alto, i tuoi ricavi per quel data center schizzano di 4 o 8 volte. Più potenza, più guadagni, semplice.”
Un Ecosistema Difficile da Copiare (MOAT)
“Quello che facciamo è difficile. L’ecosistema sopra la nostra architettura è 10 volte più complesso di due anni fa. E non è una sorpresa: il software che il mondo sta costruendo su di noi cresce a ritmo folle, e l’AI corre veloce. Portare tutto questo su altri chip? Una bella gatta da pelare, hardware e software insieme sono un muro alto da scalare.”
E proprio questa complessità unica ci porta a una domanda inevitabile.
Ti starai chiedendo: perché il TPRI è così fissato su una cosa che il resto del mercato sembra ignorare, o addirittura considera troppo tardi per investirci?
La risposta sta in due motivi.
Primo, 100 miliardi di dollari su un singolo SKU (Blackwell) sono una cifra pazzesca, mai vista prima. Pensa all’iPhone: ci ha messo più di dieci anni per arrivare a quel livello di ricavi, e qui parliamo di un solo prodotto! Secondo, noi non stiamo a guardare pigramente e passivamente, sperando che la nostra idea sia giusta. Il nostro Modello R.A.P.T.OR. non ci lascia scelta: o stiamo fuori finché tutte le caselle sono spuntate, o ci buttiamo dentro, guidati dalle nostre analisi, senza mezze misure.
In secondo luogo, siamo ancora poco investiti rispetto a dove vogliamo arrivare, e questo ci fa vedere ancora un sacco di opportunità davanti a noi.
Però, ci serve che NVIDIA rompa al rialzo il range di prezzi in cui è bloccata da 9 mesi, tra 90 e 150 dollari, e che questo sia supportato dai dati. C’è chi dice “grande, NVIDIA ha fatto il breakout!” e chi invece storce il naso: “è troppo cara, non è mai stata così in alto, ormai è fuori portata”. Ma io mi chiedo una cosa sola: qual è il catalizzatore che la spingerà ancora più su? Qualche mese fa vi avevo dato una risposta: Blackwell. Dicevo che avrebbe acceso “fuochi d’artificio”. Beh, essere inchiodati in questo range da maggio 2024 non è proprio uno spettacolo pirotecnico.
Molti investitori, e fanno bene, terranno NVIDIA nei momenti buoni e in quelli difficili. Ma noi siamo diversi: la nostra azienda se la gioca con i migliori portafogli tech al mondo, e questo ci impone di non abbassare mai la guardia. Niente compiacenza qui. I nostri clienti proteggono il loro capitale e guadagnano proprio grazie a questa spinta a competere, che ci porta a mettere in discussione tutto, soprattutto quando siamo molto esposti pubblicamente su un singolo titolo.
Per vincere nei mercati servono tre cose
1. Smetti di seguire il gregge: compra quando il mercato ti dà il via libera, e vendi quando ci sono chiari segnali di deterioramento, non quando paura e avidità prendono il sopravvento facendoti agire senza capo né coda.
2. Un orizzonte chiaro: se punti sull’AI, ragiona a 10 anni, non a 10 giorni.
3. Disciplina ferrea: con la giusta gestione del rischio, la volatilità è un’alleata, non un nemico da temere.
Ma attenzione: questo non significa starsene fermi con i titoli in portafoglio per 10 anni, sperando di anticipare la pensione senza alzare un dito. O, peggio ancora, invidiare chi, con gli stessi titoli, ha fatto un sacco di soldi mentre tu puntavi il dito. La differenza la fa la gestione attiva, l’“orchestrazione” del nostro Modello R.A.P.T.OR., che trasforma le opportunità in risultati.
L’AI è la più grande opportunità del 21° secolo. Non lasciare che il chiacchiericcio di sottofondo ti faccia perdere di vista il futuro. Ma attenzione: credere in un titolo non basta. Timing e strategia sono ciò che separa un’idea vincente da un flop.
Quando dico che credo in un titolo, non è un “lo compro domani”. Magari aspetto il perfetto Specific Buy point (SBP), o magari ce l’ho già in portafoglio e voglio solo darti tesi solide e dati concreti che puoi usare per le tue scelte. Io sono straconvinto che NVIDIA crescerà nei prossimi 10 anni – lo penso davvero – ma non per questo ogni giorno o ogni mese è buono per entrare. Credere nel futuro di un’azienda è solo metà della storia: capire quando agire e come giocartela è l’altra metà, quella che conta altrettanto. Senza una strategia ben piantata, anche l’idea più geniale può andare a fondo come un sasso.
Tattiche diverse per situazioni diverse
Gestire un portafoglio non è un approccio “tutto o niente”. A seconda del mio obiettivo e del mio timeframe, posso adottare tattiche diverse. Ecco come funziona:
Swing-Positioning: In questo caso gli stop-loss sono la madre della tattica: se un titolo perde il 5%, taglio la posizione e limito la perdita.
No-Questions-Asked.
L’idea è proteggere il capitale, sapendo che non ogni trade va in porto. Con un titolo come NVIDIA, potrei anche incassare profitti parziali mentre sale – per poi chiudere tutto con un -40% dai massimi, ma dopo aver già messo in tasca un +200% in 3-6 mesi. Non si tratta di correr dietro al rialzo per sempre, ma di portare a casa i guadagni.
Positioning-Investing: nel portafoglio tematico THÉMA, invece, ragiono diversamente. Se un titolo cala del 20% o 30%, lo tengo comunque, purché resti nell’onda 2 del Modello R.A.P.T.OR. Qui conta la visione a lungo respiro dei macrotemi e rivoluzionaria dei titoli, non i ritracciamenti momentanei.
Quello che intendo sottolineare è che non esiste una formula universale valida per tutte le fasi di mercato. Inoltre, secondo il mio punto di vista, nessuno dovrebbe rinunciare a integrare entrambi gli approcci. Nel 2025, quando parliamo di investire – e qui ci riferiamo specificamente a questo, non al trading sul forex, sulle criptovalute o all’acquisto e vendita di azioni basati su rimbalzi da supporti e resistenze o incroci di medie mobili – sarebbe un errore pensare che si tratti di un’opzione o di un passatempo adatto solo a chi ha un animo avventuroso.
Investire dovrebbe essere una pratica tassativa per chiunque, da affiancare alle strategie di risparmio spesso confuse con l’investimento vero e proprio. Ciò che conta è adottare una strategia chiara, tailor-made sui propri obiettivi – innanzitutto quelli del portafoglio, poi quelli personali – e seguirla con determinazione, evitando deviazioni o improvvisazioni.
“Cosa” non basta, servono “Quando” e “Come”
Capire il valore di un titolo è importante, ma da solo non ti porta lontano. Dal 2019 dico che Tesla non è solo un’azienda di auto elettriche, ma una potenza tecnologica a tutto tondo. Ho visto prima di tanti Palantir come “l’NVIDIA del software” e prima che schizzasse del +400%. Sono convinto che NVIDIA abbia ancora tanto da dare alla rivoluzione dell’AI. Ma sapere “cosa” comprare non vale niente se non so il “quando” entrare.
Pensa a questo: io e te crediamo negli stessi titoli. Io sto incassando un bel gruzzolo perché ho comprato al momento giusto e ho gestito tutto con disciplina, mentre tu sei in rosso perché hai buttato i soldi dentro in un giorno a caso, solo perché mi hai sentito parlarne, senza un piano per uscire. Di chi è la colpa? Tua, non mia. Sei tu che non hai una strategia, pensando che “credere in un titolo” significhi tenerlo a occhi chiusi o comprarlo senza un perché.
È la disciplina il vero asso nella manica. Senza, anche la visione più azzeccata si trasforma in un buco nell’acqua.
Non sto cercando di scaricare la colpa, ma se bastasse credere nel potenziale di un’azienda, tutto il lavoro che facciamo ogni giorno con i nostri clienti Premium non avrebbe senso. Se fosse così semplice, ti basterebbe aprire Yahoo Finance, sbirciare il portafoglio di Buffett e comprare quello che ha lui. Ma perché non funziona? Perché il timing, la gestione attiva del rischio e strumenti come il controllo della size sono ciò che fa la differenza. Senza un approccio disciplinato – che metta insieme quando entrare, come limitare i danni e una strategia chiara per uscire – anche le intuizioni più geniali possono andare in fumo. Sì, pure le mie.
Credere in un titolo, quindi, è il punto di partenza, non la fine. Il successo sta nell’esecuzione: sapere quando agire e quando fermarsi. Altrimenti, rischi di guardare il futuro da lontano, con le tasche vuote.
L’Impatto della Size: Quanto Investi Cambia Tutto
La size della tua posizione determina quanto un movimento del mercato ti colpisce, in positivo o in negativo. Consideriamo due scenari:
Prendiamo un esempio semplice. Se investi il 10% del tuo portafoglio in un titolo che crolla del 50%, perdi il 5% del totale (50% di 10%). È una botta che puoi incassare senza drammi. Ma se ci metti il 50% e succede la stessa cosa, il danno schizza al 25% (50% di 50%). Un buco così grosso non lo recuperi facilmente.
Ora guarda il lato positivo. Se hai solo l’1% su un titolo che raddoppia, il tuo guadagno è un misero 1%. Non ti cambia la vita. Con il 10% sullo stesso titolo, quel +100% diventa un +10% sul totale. Ecco qualcosa che si sente davvero.
La size, insomma, va calibrata sul rischio del titolo e su quello che vuoi ottenere. Troppo, e una caduta ti stende; troppo poco, e i guadagni restano spiccioli. Il trucco sta nel trovare la misura giusta.
Uscire o rimanere: una questione di tattiche e di obiettivi
Gestire una posizione non si ferma a decidere quanto investire. Conta anche sapere quando uscire o quando tenere duro, e questo dipende dalla tua strategia e dagli obiettivi del portafoglio.
Immagina un titolo che crolla del 40%.
Se il tuo portafoglio punta a cavalcare onde brevi con una tattica da Swing – dai 6-12 settimane fino a 24-36 in casi come le mie NVIDIA, Palantir, MicroStrategy o Reddit – e a schivare i ritracciamenti lunghi e pesanti, potresti scegliere una size più aggressiva. Qui, vendo se perde il 5-7%, punto. Stop-loss o trailing stop sono i tuoi alleati: ti tirano fuori in modo freddo e calcolato, senza lasciarti fregare dal panico.
Se invece il portafoglio guarda lontano come una tattica da Positioning tipiche delle strategie R.A.P.T.OR. e del portafoglio tematico tecnologico THÉMA, cercando di prendere tutta la risalita di un’onda 2 che dura anni, e pensi che il crollo sia solo un inciampo – con la tua tesi (es. un’azienda solida in una correzione di mercato) ancora valida – allora tieni. Ma funziona solo se la size è sotto controllo, così che un -40% non mandi all’aria il rendimento totale.
La disciplina batte le emozioni. Sempre. Ma solo se hai una strategia.
Quindi, il successo arriva con la formula: S: pg-pp+GG
Investire significa solo una cosa: conoscere l’impatto a lungo termine delle mie scelte a breve termine.
E per farlo servono 4 elementi:
Big Idea: Focalizzarmi sui titoli che meritano i miei soldi, basandomi su analisi solide e fatti concreti, e che rispondano a una domanda chiave: dove si nasconde la prossima occasione da un milione di euro?
Timing: Entrare al momento giusto definiti dagli SBP.
Size: Investire la cifra giusta – abbastanza da contare se il titolo decolla, ma senza strafare e rischiare troppo.
Uscita: Sapere quando portarsi a casa i guadagni o fermare le perdite.
Senza questi elementi, anche l’idea più geniale può diventare un fiasco. Non è questione di “se”, ma di “quando”. Diversifichi? Fai buy & hold? Sei sicuro di aver trovato un titolo sottovalutato? Non importa: senza strategia, stai solo scommettendo.
Punto.
S: pg-pp+GG = piccoli guadagni, piccole perdite o grandi guadagni
La gestione attiva della posizione è ciò che trasforma una convinzione in soldi veri. Il nostro approccio segue una regola ferrea: piccoli guadagni, piccole perdite o grandi guadagni. Nient’altro è ammesso.
In Conclusione: Abbraccia il futuro con disciplina
L’AI non è solo una moda: sta ridisegnando il futuro. Chi saprà vedere oltre il caos e il rumore di fondo ne uscirà vincitore. Non è il momento di lasciarsi paralizzare dalla paura: investire oggi, con intelligenza e uno sguardo lungo, è la chiave per cavalcare il domani. In questa newsletter abbiamo smontato l’idea che i titoli AI siano al capolinea. NVIDIA, con la sua crescita da capogiro, una valutazione ancora appetibile e catalizzatori come i sistemi NVL e Blackwell Ultra, dimostra che l’AI è l’opportunità d’oro del nostro secolo. Le correzioni passeggere o le chiacchiere di mercato non devono trarti in inganno: con disciplina e una strategia solida, il futuro è lì, pronto per essere preso.
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Gian Massimo Usai
Trend Positioning Research Institute
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