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Marzo 27th, 2026
di Gian Massimo Usai
Affrontare la paura nei mercati
Tre crolli, tre narrative diverse, lo stesso identico errore
C’è una cosa che ho capito abbastanza presto nei mercati, ma che ho impiegato molto più tempo ad accettare davvero.
Non ho perso le opportunità migliori per mancanza di informazioni. Non le ho perse perché non capivo la tecnologia. E nemmeno perché non avevo analisi abbastanza sofisticate.
Le ho perse per una ragione molto più semplice.
Paura.
Non la paura spettacolare di cui si parla nei libri di finanza comportamentale. Non il panico. Quella è facile da riconoscere. La paura più pericolosa nei mercati è molto più silenziosa.
È la paura che ti convince ad aspettare.
Aspettare che il mercato si stabilizzi.
Aspettare che il grafico migliori.
Aspettare che le notizie diventino più rassicuranti.
Il problema è che quando tutte queste cose accadono, il mercato è già salito.
E quindi la vera funzione della paura non è proteggerti dal rischio. Spesso la sua funzione reale è proteggerti dall’opportunità.
Se investi da abbastanza tempo, quasi quindici anni come nel mio caso, probabilmente conosci già questa sensazione. Il mercato scende del 10%, poi del 15%. I titoli che volevi comprare iniziano a sembrare improvvisamente più pericolosi. Le narrative diventano negative. Gli analisti parlano di prudenza. I giornali iniziano a spiegare perché questa volta è diverso, e perché è finita per tutti.
E così fai la cosa più naturale del mondo.
Aspetti. O, peggio ancora, vendi tutto.
Non perché pensi di avere torto. Ma perché vuoi essere più sicuro.
Questa è una dinamica profondamente umana. Il cervello non è progettato per investire. È progettato per evitare il dolore. E questo crea una tensione continua tra ciò che sappiamo razionalmente e ciò che riusciamo davvero a fare quando arriva il momento della decisione.
Perché quasi tutte le opportunità che hanno definito i grandi cicli tecnologici degli ultimi vent’anni avevano una caratteristica molto specifica.
Nel momento in cui dovevi comprarle, sembravano decisioni sbagliate.
Netflix ha scambiato per anni a multipli che molti investitori consideravano assurdi. Amazon per più di un decennio è stata definita sopravvalutata. Tesla è stata dichiarata una bolla praticamente ogni anno della sua esistenza.
Quando l’ho comprata per la prima volta nel 2019 si sentivano le stesse cose che si sentono oggi. Solo che nel 2019 l’ho comprata sotto i 20 dollari. Oggi ne prezza 400.
Chi ha guardato solo i multipli ha visto rischio.
Chi ha guardato i numeri delle consegne ha visto un’azienda di auto elettriche in un business che non avrebbe mai funzionato.
Chi ha guardato The Boring Company ha visto un miliardario che si divertiva a fare il bambino mai cresciuto.
Chi ha guardato la direzione del capitale e della tecnologia ha visto qualcos’altro.
Ha visto la costruzione di nuovi strati dell’economia.
Ma qui c’è una cosa importante da capire. La paura non sparisce con l’esperienza. Non è qualcosa che scompare dopo dieci o vent’anni di mercato. Semplicemente cambia forma.
All’inizio hai paura di perdere soldi. Più avanti inizi ad avere paura di perdere opportunità. Ma la tensione rimane sempre lì.
Per questo motivo, nel tempo ho capito che l’unico modo per gestire davvero questa dinamica non è eliminare la paura. È costruire un processo che non dipenda dal mio stato emotivo.
Il cuore di questo processo è molto più semplice di quanto sembri.
Separare ciò che è tattico da ciò che è strutturale.
È il motivo per cui utilizzo due portafogli distinti.
Il portafoglio R.A.P.T.O.R. è tattico: entra, gestisce il rischio, prende profitti. Il portafoglio THÉMA è costruito per attraversare interi megatrend tecnologici senza che la volatilità di breve periodo diventi un problema.
Questa distinzione cambia completamente il modo in cui reagisco ai momenti difficili.
Su R.A.P.T.O.R. un crollo è una minaccia da gestire. La size delle posizioni fa il lavoro: se il mercato si gira, ho già definito quanto posso perdere, e posso uscire senza che sia una crisi. La paura di perdere capitale ha una risposta procedurale.
Nel breve termine lascia che la size faccia il suo lavoro. Nel lungo termine lascia che il tempo faccia il suo.
Su THÉMA un crollo è altro. È il momento in cui aggiungo, o tengo fermo sapendo che il tempo farà il suo lavoro. Non ho paura di perdere l’opportunità perché non ho intenzione di vendere. E non ho paura del drawdown perché non sto cercando un’uscita.
Quando tutto vive nello stesso portafoglio, ogni discesa diventa una decisione esistenziale. Quando i livelli di rischio e gestione sono separati, la volatilità tattica non distrugge la convinzione strutturale.
Quando tutto vive nello stesso portafoglio, ogni movimento del mercato diventa una minaccia. Ogni drawdown sembra un errore. Ogni correzione diventa una ragione per riconsiderare tutto.
Quando invece separi i livelli di rischio e gli obiettivi, la volatilità tattica non distrugge la convinzione strategica.
È una differenza sottile ma enorme.
Quante volte hai venduto un titolo che consideravi straordinario solo perché il mercato stava punendo quel settore nel breve periodo? È una delle dinamiche più comuni che vedo negli investitori. Non perché l’analisi fosse sbagliata, ma perché l’orizzonte temporale della decisione non era chiaro.
Il secondo elemento del processo riguarda il modo in cui guardo alle aziende tecnologiche. Non tutte le aziende che partecipano a un trend sono posizionate nello stesso punto dello stack.
Alcune vendono prodotti. Altre costruiscono infrastrutture.
La differenza tra le due categorie è enorme. Le aziende che controllano uno strato dell’infrastruttura digitale spesso sembrano costose per anni. Non perché il mercato sia irrazionale, ma perché quello che viene prezzato non è il flusso di utili attuale.
È la sua posizione nell’infrastruttura e nel ciclo.
È lo stesso motivo per cui analizzare queste aziende con metriche tradizionali porta spesso a conclusioni sbagliate. Il P/E ratio ti dice quanto paghi gli utili di oggi. Non ti dice quanto vale uno strato dello stack tecnologico se quella piattaforma diventa la base su cui si costruisce tutto il resto per i prossimi dieci anni.
Ne ho parlato in uno dei webinar con i nostri clienti. Puoi vedere un estratto qui.
Il terzo elemento del metodo è probabilmente il più difficile da accettare. Nei mercati farai errori. Non esiste un processo che elimini completamente l’errore e chi ti dice il contrario mente.
L’unica cosa che puoi controllare è la dimensione dell’errore.
Quando la dimensione delle posizioni è coerente con la tua tolleranza alla volatilità, l’errore diventa parte del processo. Quando le posizioni sono troppo grandi, l’errore diventa una crisi. Quando sono troppo piccole, non crei trazione e non produci ricchezza.
Ecco perché alcuni sono convinti di investire ma stanno risparmiando. O, al contrario, stanno giocando d’azzardo.
Ed ecco perché due portafogli.
E questo cambia completamente il modo in cui vivi il mercato.
La teoria però è sempre elegante. Il vero test di qualsiasi metodo arriva quando il mercato smette di cooperare.
Un esempio molto chiaro è stato il 2022. Il Nasdaq era sceso di oltre il 30% dai massimi. La narrativa dominante parlava della fine della tecnologia, della fine del growth, della fine di un intero ciclo di mercato. Il tono era di resa.
Il resto è storia.
Lo stesso copione si è ripetuto nell’aprile del 2025, con il Liberation Day di Trump. I dazi, il mercato che crollava, i titoli tech che perdevano il 20% in pochi giorni. La narrativa era che l’eccezionalismo americano fosse finito, che i megatrend tecnologici fossero stati interrotti da una decisione politica. E che Warren Buffett ci aveva visto lungo: aveva accumulato liquidità per mesi, doveva sapere qualcosa che gli altri non sapevano.
Altro errore.
Oggi si sente la stessa cosa con la guerra in Iran. Il Nasdaq è sceso di quasi il 10% dai massimi nel momento in cui scrivo, il petrolio ha superato i 100 dollari al barile, lo Stretto di Hormuz è chiuso per la prima volta nella storia. I giornali spiegano perché questa volta l’inflazione non scenderà, perché la Fed non taglierà i tassi, perché i megatrend tecnologici devono aspettare che la geopolitica si stabilizzi.
Il portafoglio R.A.P.T.O.R. è sui massimi storici. Il portafoglio THÉMA è abbondantemente cash, una quota che non specifico per rispetto verso i clienti, praticamente dai massimi, con posizioni di copertura short sul Nasdaq aperte a metà di questa discesa.
Non lo scrivo per vantarmi. Lo scrivo perché è esattamente questo il punto. Il processo funziona quando il mercato non coopera. Non quando è facile.
Tre momenti diversi. Tre narrative diverse. Lo stesso errore identico.
Le aziende non stavano cambiando. Le tecnologie non stavano cambiando. Stava cambiando la percezione del rischio. E ogni volta che questo accade più velocemente della realtà, si formano le stesse opportunità che pochi riescono davvero a cogliere.
Ma in quei momenti succede una cosa molto interessante. Le aziende non cambiano. Le tecnologie non cambiano. I megatrend non cambiano.
Cambia la percezione del rischio.
E quando la percezione del rischio cambia più velocemente della realtà, iniziano a formarsi opportunità che pochi riescono davvero a cogliere.
Il problema è che in quel momento la paura diventa molto più intensa. Comprare quando il mercato scende settimana dopo settimana sembra completamente irrazionale. Ogni nuova posizione sembra prematura.
È qui che il processo diventa fondamentale.
Non perché ti permetta di prevedere il minimo. Ma perché ti protegge da una cosa molto più pericolosa.
Te stesso.
Ti ricorda cosa stai comprando davvero. Non il sentiment del mercato. Non il titolo di un giornale.
Stai comprando una parte di una trasformazione tecnologica che si svilupperà negli anni.
Ovviamente questo approccio non è adatto a tutti. Funziona solo se alcune condizioni sono presenti.
La prima è l’orizzonte temporale. I megatrend non si muovono su scala settimanale. Si muovono su scala pluriennale.
La seconda è la tolleranza alla volatilità. Se un drawdown del 20% distrugge la tua lucidità mentale, il problema non è il mercato. È la dimensione della posizione. Ed è la mancanza di convinzione, che puoi costruire solo con una ricerca solida e senza bias a disposizione.
La dimensione giusta è quella che ti permette di continuare a ragionare. La ricerca giusta è quella che ti permette di continuare a credere in quello che hai comprato, anche quando il mercato sta facendo di tutto per convincerti del contrario.
La terza condizione è il tempo. Capire davvero i megatrend richiede studio. Richiede seguire aziende, tecnologie, capitale e dinamiche industriali nel tempo. Non è qualcosa che si improvvisa leggendo qualche titolo di giornale.
Alla fine la paura non sparirà mai dai mercati. E non dovrebbe. È un sistema di allerta. Ti ricorda che stai prendendo decisioni reali con capitale reale.
Il problema non è avere paura.
Il problema è lasciare che la paura decida al posto tuo.
Perché nei mercati succede una cosa curiosa. Le opportunità più grandi non sembrano opportunità quando arrivano. Sembrano errori. Sembrano decisioni premature.
E questo significa che il vero vantaggio competitivo di un investitore non è l’informazione.
È la capacità di agire quando l’informazione è ancora incompleta, mentre gli altri si bloccano per paura.
Ed è qui che la domanda diventa inevitabile.
Quando arriverà la prossima grande opportunità, sarai pronto a riconoscerla?
Oppure la paura ti convincerà ad aspettare ancora un po’. Proprio fino al momento in cui sarà troppo tardi?
È esattamente per questo che esiste Trend Positioning Invest. Non per dirti cosa fare. Ma per costruire insieme la struttura che ti permette di farlo, con una ricerca indipendente, senza conflitti di interesse, fatta da chi ha capitale proprio dentro gli stessi mercati di cui scrive.
Se sei arrivato fin qui, probabilmente sai già che ne hai bisogno. Il link per scoprire come lavoriamo è qui.
Gian Massimo Usai
Fondatore, Trend Positioning Research Institute
TP Invest | Trend Positioning Research Institute non è un intermediario finanziario autorizzato. Nulla in questa newsletter costituisce consulenza finanziaria. Chi legge usa le informazioni in piena autonomia e responsabilità personale, secondo il proprio profilo di rischio.
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