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THE MACRO OBSERVER

Tax the cars!

L’annuncio dell’amministrazione Trump di un dazio fisso del 25% su veicoli e componenti importati, in vigore dal 2 aprile, segna un punto di svolta per l’industria automobilistica globale. Gli analisti avvertono che questa misura rappresenta una disruption profonda, con un impatto stimato di 110 miliardi di dollari, pari al 14% dei ricavi del settore. Per colossi come Ford e General Motors, le proiezioni indicano una possibile erosione del 30% degli utili operativi nel 2025, anche considerando trasferimenti parziali dei costi ai consumatori o adeguamenti nelle catene di approvvigionamento. Tuttavia, tali strategie di mitigazione comportano costi propri, complicando ulteriormente lo scenario.

Il tentativo di bilanciare l’assorbimento dei dazi e il mantenimento dei prezzi si scontra con pressioni dirette dalla Casa Bianca, che ha esplicitamente invitato i vertici del settore a non ritoccare i listini, presentando la misura come un’opportunità resa possibile dall’eliminazione di normative precedenti su veicoli elettrici ed emissioni. Nonostante ciò, ritengo improbabile che i dazi non influiscano sui prezzi al consumo, mettendo le aziende di fronte a una sfida strutturale.

Nonostante la recente volatilità e il deterioramento dei soft data, continuo a pensare che la robustezza dell’economia statunitense permetta a Trump di sfruttare la scure tariffaria come un potente strumento negoziale, mentre le priorità di commercio e sicurezza dell’approccio “America First” suggeriscono che i dazi resteranno una costante in questo inizio del secondo mandato.

Con l’attenzione mediatica sempre più focalizzata sugli annunci tariffari, vediamo tre punti chiave per orientarsi in questo contesto:
  • Crescita globale debole e minor potere negoziale dei paesi colpiti
    All’avvio del mandato, avevamo ragionato sul fatto che la maggioranza repubblicana alla Camera potesse elevare i dazi a priorità rispetto ai tagli fiscali, diversamente dal primo mandato di Trump. A differenza del 2018, il contesto di crescita globale odierno è meno favorevole, aumentando la probabilità di risoluzioni rapide delle dispute tariffarie per evitare un rallentamento economico significativo nei paesi interessati. Rispetto al periodo di “crescita sincronizzata globale” che precedette la prima guerra commerciale, l’economia americana si trova oggi in una posizione di netta superiorità rispetto all’Area Euro e alla Cina. Questo squilibrio accresce la vulnerabilità dei paesi esteri, che rischierebbero ulteriori pressioni in caso di una guerra commerciale prolungata, incentivandoli a cercare accordi.

 

  • La domanda come principale “export” americano
    Oltre alla favorevole congiuntura ciclica, il ruolo degli Stati Uniti come motore primario della domanda globale rafforza la loro posizione negoziale. Il deficit commerciale statunitense, una costante negli ultimi 25 anni, riflette il compito degli USA di assorbire l’eccesso di produzione mondiale. In quest’ottica, la domanda di consumo rappresenta la vera “esportazione” americana. Una rappresaglia simmetrica danneggerebbe quindi maggiormente i paesi non statunitensi, poiché gli USA, in quanto principale acquirente, possono facilmente rivolgersi ad altri fornitori, mentre per un venditore è più complesso sostituire il mercato americano. Inoltre, l’economia statunitense, relativamente chiusa rispetto ad altre, subirebbe un impatto minore da un calo generalizzato del commercio, a differenza di realtà molto più dipendenti dagli scambi internazionali.

 

  • I dazi come elemento strutturale del Piano MAGA 2.0, tra Reagan e Roosevelt
    Questo vantaggio asimmetrico consente all’amministrazione Trump di perseguire con determinazione la strategia “America First”, ridefinendo commercio e sicurezza e rendendo i dazi una presenza potenzialmente stabile. Tale approccio trova consenso tra figure chiave come il Segretario al Tesoro Scott Bessent, favorevole a un’introduzione graduale di dazi fino al 20%, e Stephen Miran, presidente del Consiglio dei Consulenti Economici, che ha delineato una visione affine in un recente documento strategico. La politica commerciale richiama l’era Reagan, con misure come i “Controlli Volontari sulle Esportazioni” per limitare le importazioni e stimolare gli investimenti stranieri negli USA. Trump sembra intenzionato a usare i dazi in modo sistematico per attrarre investimenti interni, coerentemente con la sua affermazione che produrre negli Stati Uniti sia il modo migliore per evitarli. Sul piano della sicurezza, si intravede un richiamo al Corollario Roosevelt, con minacce tariffarie impiegate per spingere la Colombia ad accettare rimpatri, Panama a rivedere accordi con la Cina sul canale e il Messico a rafforzare la sicurezza al confine, in una moderna riedizione della Dottrina Monroe.
Pur dichiarando pubblicamente di non temere le reazioni dei mercati finanziari, Trump potrebbe trovare nei ritracciamenti dell’S&P500 o in un rallentamento economico molto pronunciato (che ora appare poco probabile) i principali ostacoli alla sua agenda tariffaria. Durante il primo mandato, l’unica pausa rilevante negli annunci tariffari coincise proprio con il ribasso del 15% dell’S&P 500 a fine 2018.
L’annuncio  previsto per il 2 aprile 2025 di imporre dazi reciproci sulla maggior parte dei principali partner commerciali degli Stati Uniti, ha acceso un acceso dibattito sulle sue possibili ripercussioni economiche. Queste tariffe, pensate per riflettere le barriere commerciali imposte alle esportazioni americane, mirano a correggere squilibri di lunga data e a rafforzare l’agenda “America First”. La questione cruciale è se questa mossa scatenerà una guerra commerciale fatta di ritorsioni, aumentando il rischio di una depressione globale, o se invece aprirà la strada a nuovi negoziati capaci di ridurre i dazi a livello globale. Sebbene entrambi gli scenari siano possibili, vi sono solide ragioni per propendere verso quest’ultima ipotesi—negoziati che porteranno in seguito a una diminuzione delle tariffe—alla luce delle dinamiche attuali e dei precedenti storici.
Uno scenario estremo di guerra commerciale che sfoci in una depressione globale stile dazi Smoot-Hawley degli anni ’30 appare poco probabile. Se le ritorsioni sfuggissero al controllo, le catene di approvvigionamento globali potrebbero frammentarsi, l’inflazione potrebbe impennarsi (S&P Global stima un aumento dei prezzi negli USA dello 0,7% solo con i dazi attuali) e la crescita potrebbe arrestarsi, soprattutto nelle economie più dipendenti dalle esportazioni.
Tuttavia, ricordiamo che l’obiettivo dichiarato dell’amministrazione Trump non è l’isolamento economico, ma il raggiungimento di nuovi accordi più vantaggiosi. A differenza degli anni ’30, i mercati globali interconnessi di oggi e la posizione dominante degli USA incentivano la de-escalation rispetto alla distruzione.

WEEKLY MARKET REVIEW

L’andamento del mercato azionario nell’ultima settimana ha evidenziato una traiettoria volatile, con un avvio promettente seguito da un netto calo. Lunedì, gli indici principali hanno beneficiato di un’ondata di ottimismo legata alle aspettative su una politica tariffaria più morbida da parte del Presidente Trump. Tuttavia, l’entusiasmo si è rapidamente dissolto con l’annuncio di nuovi dazi sull’industria automobilistica, accompagnato da dati sull’inflazione che hanno alimentato timori di pressioni economiche. Questo ha innescato una brusca inversione di tendenza, spingendo gli investitori verso un approccio più difensivo.

 

L’indice dei prezzi PCE core, il principale indicatore dell’inflazione monitorato dalla Federal Reserve, è salito al 2,8% a febbraio, riflettendo un rimbalzo della spesa al consumo leggermente inferiore alle attese dopo il calo di gennaio. Nel frattempo, l’indice  del sentiment dei consumatori dell’Università del Michigan è sceso a 57 a marzo, il livello più basso da novembre 2022. Le aspettative di inflazione a lungo termine degli americani sono balzate al 4,1%, un massimo da 32 anni, mentre due terzi dei consumatori prevedono un aumento della disoccupazione quest’anno, la percentuale più alta dal 2009.
Il Dow Jones  ha chiuso la settimana con una perdita di quasi l’1%, mentre l’S&P 500 ha ceduto l’1,5%. Il Nasdaq Composite, più esposto al settore tecnologico, ha subito un calo più marcato del 2,6%, riflettendo le difficoltà delle azioni growth. Anche il Russell 2000,  ha registrato un ribasso dell’1,6%. Sebbene lunedì il Dow e l’S&P 500 abbiano temporaneamente recuperato le loro medie mobili a 200 giorni, entrambi hanno terminato la settimana al di sotto di questo livello cruciale, segnalando una fragilità persistente. Il tentativo di rally del mercato resta in bilico: finché gli indici principali non scenderanno sotto i minimi recenti, la possibilità di una ripresa non è esclusa, ma Nasdaq ed S&P 500 si stanno pericolosamente avvicinando a tali soglie.
Il settore tecnologico, in particolare quello legato all’intelligenza artificiale, ha subito colpi significativi. Nvidia (NVDA) ha visto un crollo del 6,8% settimanale, dopo un breve superamento della media mobile a 21 giorni lunedì, penalizzata dalle restrizioni cinesi sui suoi chip. A questo si è aggiunta la deludente performance dell’IPO di CoreWeave (CRWV), sostenuta da Nvidia, che ha ulteriormente evidenziato un sentiment incerto nel comparto. Palantir Technologies (PLTR) ha guadagnato il 6,4% lunedì, ma ha chiuso la settimana in rosso del 5,6%, scivolando sotto la media mobile a 50 giorni. Simile il destino di Rubrik (RBRK), che dopo un balzo del 7,7% lunedì e ulteriori rialzi martedì, ha perso il 6,7% entro venerdì, anch’essa finendo sotto la sua media a 50 giorni. Questi movimenti riflettono una tendenza più ampia tra i titoli growth, con rialzi iniziali non mantenuti.
In sintesi, il mercato si trova in una fase di transizione delicata. L’impatto dei dazi di Trump e i timori inflazionistici (esagerati) hanno stoppato le speranze di un rimbalzo immediato e duraturo, spingendo gli investitori a rimanere prudenti. Con il Nasdaq e l’S&P 500 vicini a livelli critici, la direzione delle prossime settimane dipenderà dalla capacità del mercato di trovare un supporto solido o dalla pressione di ulteriori vendite. Per ora, il pessimismo e la cautela dominano.

Chiusure settimanali top ETF:

 

SPY: -1,48%                QQQ: -2,47%            MDY: -1,05%        IWM: -2,03%

 

MARKET BREADTH & SENTIMENT

Il Termometro TPRI segnala ancora la paura estrema come sentiment prevalente nel mercato. In ottica contrarian questo è un segnale positivo, che ha però bisogno di supporto da lato della price action.

 

 

I grafici sottostanti riportano la percentuale attuale di titoli all’interno dell’S&P 500 (SPX), del Nasdaq 100 (NDX) e del Nyse (NYA) che si trovano sopra le rispettive medie mobili semplici a 200 giorni (SMA). In termini di breadth di mercato, secondo questo parametro, abbiamo rilevato un peggioramento nelle ultime giornate, che ha riavvicinato l’ampiezza a quella vista durante il tentativo di bottom di metà mese. Segnale positivo in ottica contrarian.

 

I massimi a 52 settimane di questa settimana: Darden Restaurants, Inc. ($DRI), Williams Cos., Inc. ($WMB), Banco de Chile ($BCH), Prudential PLC ($PUK), Root Inc. ($ROOT), Catalyst Pharmaceuticals Partners Inc. ($CPRX), Astronics Corp. ($ATRO). Oltre ad essere estremamente ridotta, la lista vede l’assenza del settore tecnologico, sintomo del tono risk-off del mercato.

DATI ECONOMICI, TASSI E FED

Durante la settimana appena chiusa, i mercati hanno assorbito una quantità moderata di dati economici, tra cui l’indicatore d’inflazione privilegiato dalla Federal Reserve: l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE). I prezzi PCE core sono risultati leggermente più alti delle attese, mentre la spesa personale ha deluso al ribasso. A ciò si aggiungono segnali persistenti di pessimismo dalle rilevazioni sulle aspettative inflazionistiche future. È evidente che la politica commerciale adottata dall’amministrazione Trump stia lasciando un’impronta marcata sulla percezione dei consumatori, che comunque non trova conferme sull’andamento dell’inflazione attuale.

Le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione settimanali si mantengono stabili nella fascia 220-230 mila, indicando una resilienza relativa del mercato del lavoro.

Di seguito, un’analisi dettagliata dei principali rapporti settimanali:

Fiducia dei consumatori: in calo di 7,2 punti rispetto al mese precedente, a 92,9, un minimo quadriennale (gli economisti interpellati da Dow Jones si attendevano 93,5). La componente delle aspettative future è scesa di 9,6 punti a 65,2, il livello più basso degli ultimi 12 anni.

Prezzi PCE: in linea con le stime, sia su base mensile (+0,3% contro +0,3% atteso) sia annuale (+2,5% contro +2,5% atteso).

Prezzi PCE core: in aumento dello 0,4% mese su mese (sopra lo 0,3% previsto) e del 2,8% anno su anno (sopra il 2,7% atteso e in rialzo dal 2,6% del mese precedente).

Reddito personale: +0,8% (oltre il +0,4% atteso).

Spesa personale: +0,4% (sotto il +0,5% atteso), dopo un calo dello 0,2% nel mese precedente.

PMI manifatturiero S&P Global US: sceso di 2,9 punti a 49,8, minimo trimestrale.

PMI dei servizi S&P Global US: salito di 3,3 punti a 54,3, massimo trimestrale.

Ordini beni durevoli: cresciuti dello 0,9% mese su mese a 289,3 miliardi di dollari, contro attese di un calo dell’1,0%. I beni durevoli core sono aumentati dello 0,7%, rispetto allo 0,0% del mese precedente e sopra il +0,2% previsto.

PIL Q4 (terza stima): rivisto al rialzo di 0,1% a 2,4%, in decelerazione rispetto al +3,1% del terzo trimestre.

Vendite di case in attesa: in aumento del 2,0% a febbraio, sopra l’1,5% atteso, ma in calo del 3,6% su base annua.

Richieste iniziali di disoccupazione: scese a 224 mila da 225 mila della settimana precedente, sotto le 227 mila previste. Le richieste continuative sono diminuite di 25 mila a 1,856 milioni, meglio delle 1,888 milioni attese.

Sentiment dei consumatori Università del Michigan (dato finale): sceso a 57,0 a marzo, minimo da 32 mesi (sotto il 57,9 atteso). Le aspettative d’inflazione a un anno sono salite al 5,0%, in aumento dello 0,1% rispetto alla lettura intermedia e dello 0,7% rispetto al mese scorso. Quelle a cinque anni sono passate al 4,1% dal 3,9% intermedio, il livello più alto da febbraio 1993.

GDPNow della Fed di Atlanta: la previsione per il PIL del primo trimestre è stata rivista al ribasso a -2,8% questa mattina, da -1,8% del 26 marzo.

La curva dei rendimenti dei Treasury ha mostrato un lieve aumento della ripidità, con i rendimenti biennali in calo di circa 3 punti base (3,926% vs. 3,954%) e quelli decennali in rialzo di circa 2 punti base (4,274% vs. 4,252%), mentre i mercati digeriscono gli effetti dei dazi, dell’inflazione e delle prospettive di crescita a lungo termine.

Le attese sui possibili tagli dei tassi da parte della Fed non hanno subito variazioni significative rispetto alla settimana precedente, nonostante i dati inflazionistici ritenuti più caldi. Secondo Bloomberg, il mercato sconta un taglio di 25 punti base con una probabilità dell’81% per la riunione FOMC di giugno (vs. 83% la scorsa settimana) o del 100% teorico per luglio.

 

ASSET ALLOCATION E ROTAZIONE SETTORIALE

Osservando le traiettorie dei settori emerge un dato significativo: nove degli undici settori dell’S&P 500 mostrano una direzione positiva, con un heading favorevole, mentre solo due—tecnologia (XLK) e beni di consumo discrezionali (XLY)—registrano un andamento negativo. Questi ultimi, tuttavia, sono i settori più rilevanti per capitalizzazione di mercato, il che implica che gli altri comparti, pur in miglioramento relativo, stanno solo parzialmente compensando le perdite. Con il mercato in calo l’impatto su tecnologia e consumi discrezionali è particolarmente severo, e il peso di questi settori impedisce agli altri di sostenere l’S&P500.
Un aspetto cruciale da sottolineare è che un heading positivo non equivale necessariamente a un aumento dei prezzi. Si tratta di una misura relativa: settori come energia, finanziari e servizi di comunicazione, attualmente nel quadrante guida (in verde), stanno subendo ribassi meno pronunciati rispetto a tecnologia, consumi discrezionali o all’S&P 500 nel complesso. Energia ha appena superato la soglia del quadrante guida, mentre finanziari e servizi di comunicazione vi sono rientrati dopo una rotazione, posizionandosi in prima linea. Tuttavia, anche per questi leader, i prezzi non sono in crescita, ma semplicemente in calo più contenuto.
Analizzando la dinamica per categorie—offensive, difensive e sensibili—il quadro si chiarisce ulteriormente. Tra i settori offensivi (materiali, immobiliare, finanziari e consumi discrezionali), tre su quattro mostrano una traiettoria positiva, con l’eccezione dei consumi discrezionali, il cui peso elevato sta trascinando il mercato al ribasso. Nei settori difensivi (sanità, beni di consumo primari e utilities), tutti e tre vantano un heading positivo, vicini a entrare nel quadrante guida, evidenziando una rotazione opposta. Tra i settori sensibili all’economia (tecnologia, industria, energia), solo la tecnologia si distingue per una rotazione negativa. La conclusione è inequivocabile: tecnologia e consumi discrezionali stanno esercitando una pressione ribassista dominante, e la forza relativa degli altri comparti non basta a mantenere l’S&P 500 (SPY) stabile o a spingerlo verso l’alto.
Al momento, il rapporto rischio-rendimento non favorisce nuove posizioni di medio termine, dato il potenziale ribassista superiore ai guadagni attesi. Inoltre, essendo a fine mese, vale la pena considerare i pattern stagionali dell’S&P 500. Il grafico stagionale a 20 anni dello SPY mostra un picco a metà febbraio, un minimo intorno al 10 marzo e un successivo rally. Il tasso di variazione stagionale suggerisce un bottom coincidente con il periodo attuale, seguito da una fase rialzista. Tuttavia, alla luce della situazione attuale è preferibile attendere piuttosto che anticipare un rimbalzo stagionale non ancora confermato.
Passando ai settori, alcuni mostrano pattern stagionali degni di nota. Comunicazione, energia e finanziari, tra i leader, si allineano ai loro trend relativi: energia anticipa la stagionalità rialzista di dicembre-giugno, mentre finanziari e comunicazione mostrano forza relativa in crescita. Al contrario, tecnologia evidenzia una sotto-performance stagionale fino a maggio, un fattore critico che ostacola SPY. I settori difensivi—beni di consumo primari, utilities e sanitario—vantano un outlook positivo fino a maggio, con sanitario che potrebbe avere ulteriore margine di crescita dopo un minimo ritardato. I consumi discrezionali, invece, presentano un quadro volatile e poco promettente nel breve termine.
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ASSET ALLOCATION

 

 

FORZA E MOMENTUM SETTORI S&P500

 

 

VALUE VS GROWTH

 

 

VALUE VS GROWTH (SIZE)

 

PERFORMANCE SETTORI & TOP10 INDUSTRIE 

– Consumer Defensive top sector con un RoC_5,D del +1,21%

– Technology bottom sector con un RoC_5,D pari a -3,84%

 

WEEKLY MARKET OUTLOOK

I policymaker della Federal Reserve hanno ribadito di essere inclini a posticipare ulteriori tagli ai tassi d’interesse fino a quando non avranno una visione chiara dell’intera agenda economica dell’amministrazione Trump. Tuttavia, ottenere chiarezza sulle riduzioni fiscali potrebbe richiedere ancora del tempo.
Il rapporto sull’occupazione di marzo, in uscita venerdì, rappresenta uno dei due report mensili chiave disponibili prima della riunione del 7 maggio della banca centrale ed è il primo banco di prova per capire se la banca centrale potrà mantenere la suaposizione di attesa.
Gli economisti prevedono che il tasso di disoccupazione sia salito al 4,2% a marzo, con un incremento di 125.000 posti di lavoro, di cui 120.000 nel settore privato. Nel frattempo, i sondaggi dell’Institute for Supply Management su manifattura e servizi, in programma martedì e giovedì, offriranno una prima panoramica ampia delle condizioni economiche di marzo, fornendo ulteriori indizi sulla direzione della politica monetaria futura.
La settimana del 31 marzo sarà cruciale anche dal punto di vista tecnico, con livelli chiave da monitorare per S&P 500 (SPX), Nasdaq 100 (NDX) e Russell 2000 (RUT), che si stanno avvicinando ai minimi del 13 marzo. Una violazione al ribasso di questi livelli potrebbe intensificare almeno nel breve termine le pressioni di vendita, alimentando un ulteriore deterioramento del mercato che per quanto riguarda il sentiment è già su livelli estremi.
Il superamento della scadenza del 2 aprile—indipendentemente dall’esito dell’annuncio sui dazi reciproci di Trump—potrebbe innescare un rally da “buy the news”. Tuttavia, resta ancora incerto quanto tale rimbalzo possa durare, considerando l’elevata incertezza presente fra gli investitori.
Per questo, il mio aggettivo per la settimana è “Volatile”. Dopo il sell-off di quasi il 2% registrato venerdì su tutti gli indici, è plausibile aspettarsi un rimbalzo rialzista a breve.
Se i minimi del 13 marzo dovessero reggere—evitando una chiusura settimanale sotto tali livelli—il sentiment degli investitori potrebbe migliorare, attirando finalmente acquisti. Inoltre, se i dazi reciproci di Trump si rivelassero meno severi del previsto o venissero rinviati, ciò potrebbe fornire un pretesto sufficiente per i compratori ancora in cerca del “buy the dip”. 

EVENTI DELLA SETTIMANA:

  • TRIMESTRALI

31/03/2025: GRRR, LOAR, RCAT

01/04/2025: NCNO

02/04/2025: BB

03/04/2025: GES

04/04/32025: –

 

  • CALENDARIO MACRO

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