Trump attacca. La Cina risponde. Gli orsi ridono

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THE MACRO OBSERVER

Trump attacca. La Cina risponde. Gli orsi ridono.

Il presidente Trump, durante il suo primo mandato, non è riuscito a ottenere risultati definitivi nella guerra commerciale con la Cina. Sebbene il deficit commerciale si sia leggermente ridotto, il divario commerciale complessivo del Paese è aumentato. Ora, il Presidente sta intensificando la sua strategia, estendendo le sue politiche tariffarie su scala globale e adottando misure più drastiche.
Mercoledì scorso sono state annunciate le “tariffe reciproche”, presentate nel “Giorno della Liberazione” destinato a sostenere i produttori americani. Queste misure si sono rivelate più aggressive di quanto Wall Street si aspettasse, innescando un crollo dei mercati, con il Nasdaq precipitato in territorio bearish. La risposta cinese, con le misure di ritorsione annunciate venerdì, ha segnalato una potenziale intesificazione dello scontro, almeno nel breve periodo.
Prima degli ultimi sviluppi, il tasso tariffario effettivo degli Stati Uniti era già salito dal 2,3% nel 2024 all’8,5% due settimane fa, quando Fitch Ratings aveva avvertito che le tariffe reciproche avrebbero potuto spingere il tasso verso il 18%. All’epoca, Fitch aveva addirittura ammesso che tale previsione potesse essere “troppo severa”. Tuttavia, nelle ultime due settimane, questa illusione si è dissolta, con il tasso tariffario effettivo balzato al 25%, sempre secondo Fitch.
Ovviamente gli effetti delle tariffe sull’economia reale si manifesteranno solo con il tempo, ma il mercato azionario, che guarda al futuro, ha già subito una forte battuta d’arresto soprattutto a causa dell’incertezza persistente.
Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che le tariffe “reciproche” si concentreranno sulla “Sporca Quindicina” ovvero quel 15% di partner commerciali che registrano un significativo surplus commerciale con gli Stati Uniti. Tra gli obiettivi princiapli ci sono quindi la Cina, con un surplus di 295 miliardi di dollari, l’Unione Europea (236 miliardi), il Messico (172 miliardi), il Vietnam (123,5 miliardi), Taiwan (74 miliardi), il Giappone (68,5 miliardi), la Corea del Sud (66 miliardi), il Canada (63 miliardi), l’India (46 miliardi), la Thailandia (46 miliardi), la Svizzera (38,5 miliardi) e la Malesia (25 miliardi). Questi paesi rappresentano i principali bersagli della strategia protezionistica dell’amministrazione Trump, mirata a riequilibrare le dinamiche commerciali globali.
Un’altra sorpresa è arrivata dal bizzarro metodo di calcolo adottato per calcolare le presunte “tariffe” applicate dagli altri Paesi sui prodotti U.S.A, basato su deficit e valore dell’import, che ha dato luogo a percentuali completamente fuori scala. 
Un’analisi dettagliata dell’ordine esecutivo di Trump rivela che le tariffe “reciproche” non si applicheranno a settori come automobili, semiconduttori, acciaio, alluminio, rame e altri prodotti già soggetti, o potenzialmente destinati, a tariffe settoriali specifiche. Di conseguenza, i chip di Taiwan Semiconductor (TSMC) prodotti a Taiwan non saranno gravati da un dazio del 32%. Tuttavia, Trump ha precedentemente dichiarato di voler imporre una tassa del 25% sui semiconduttori, lasciando aperta la possibilità di interventi futuri.
Un’altra sorpresa positiva è emersa dall’esclusione di Canada e Messico dalla lista delle tariffe reciproche. Inoltre, secondo un documento ufficiale della Casa Bianca, le tariffe del 25% applicate a un’ampia gamma di importazioni da questi due paesi potrebbero essere ridotte al 12%, a condizione che affrontino le preoccupazioni di Trump legate al traffico di fentanyl e alla gestione dei flussi migratori.
Venerdì, la Cina ha aumentato le tariffe su tutte le merci statunitensi del 34%, una mossa significativa rispetto ai dazi più moderati e mirati imposti all’inizio dell’anno su specifici beni americani, in risposta ai primi rialzi tariffari di Trump. Questo escalation solleva una domanda cruciale: altri paesi seguiranno l’esempio della Cina?
L’Unione Europea, per ora, ha temporaneamente sospeso le proprie contromisure per le tariffe del 25% imposte da Trump su acciaio e alluminio, entrate in vigore il 12 marzo.
Il Giappone e la Corea del Sud, alleati strategici degli Stati Uniti, hanno finora evitato ritorsioni immediate, preferendo negoziati per ottenere esenzioni. L’India, nel frattempo, ha promesso di ridurre le tariffe entro il 9 aprile, suggerendo un approccio più conciliante.
La nuova guerra commerciale di Trump si configura quindi come un assalto al sistema commerciale globale. “L’accesso a beni a basso costo non rappresenta l’essenza del sogno americano”, ha dichiarato il Segretario al Tesoro Scott Bessent in un discorso del 6 marzo.  Bessent ha criticato la politica che ha privilegiato il consumo di di massa di beni come gli “schermi piatti” anzichè creare posti di lavoro nelle fabbriche, sostenendo che questa scelta non abbia giovato alla classe media americana.
La sua analisi del sistema commerciale globale mette in relazione l’enorme deficit commerciale degli Stati Uniti con quelli del governo federale, considerandoli, in larga misura, due facce della stessa medaglia.
Gli Stati Uniti, in quanto principale nazione consumatrice con barriere commerciali e controlli sui capitali minimi, assorbono gran parte della produzione eccedentaria mondiale. Paesi come la Germania, e soprattutto la Cina, sovvenzionano i loro settori esportativi a scapito del consumo interno, secondo Pettis.
Parallelamente, l’eccessiva spesa americana per beni stranieri è stata resa possibile da nazioni che, producendo più del necessario, investono i loro risparmi in eccesso in asset statunitensi, come azioni e obbligazioni. Questo meccanismo ha portato a “un declino della manifattura americana” e a una compressione del risparmio interno negli Stati Uniti, tendenze che a loro volta alimentano “un deficit fiscale in continua crescita”. Bessent ha sottolineato come questo compromesso abbia favorito Wall Street, lasciando però Main Street – il cuore della classe media americana – a pagarne il prezzo. “Credo che sia arrivato il momento di Main Street”, ha concluso.
Lo stesso Segretario al Tesoro ha più volte sottolineato come il calo del rendimento del Treasury a 10 anni sia uno degli obbiettivi più importanti dell’amministrazione. Visto l’immobilismo della FED, la missione è stata portata a compimento proprio innescando panico e incertezza fra gli investitori, che hanno acquistato in massa i titoli del Tesoro U.S.A. 
Questo si ricollega al concetto della dieta “detox” per scongiurare una crisi fiscale, causata da deficit pubblici eccessivi. Peter Navarro, consigliere commerciale senior della Casa Bianca, ha dichiarato a Fox News che le tariffe di Trump potrebbero generare 6 trilioni di dollari in un decennio, pari a 600 miliardi all’anno. Questo equivarrebbe all’1,9% del PIL nel 2025, rendendo le tariffe di Trump il più grande aumento fiscale dalla Seconda Guerra Mondiale. 
La maggior parte delle entrate derivanti dalle tariffe dovrebbe servire a finanziare il rinnovo dei tagli fiscali del 2017 e l’introduzione di nuove riduzioni fiscali entro quest’anno. Dopo il dolore di breve termine potrebbe essere finalmente l’ora delle misure pro-crescita. 
Nonostante sia innegabile il clima di paura che sta attanagliando i mercati azionari nel breve termine, penso che  l’estremismo delle misure proposte indichi una forte probabilità che queste si rivelino, alla fine, di breve durata. I tassi reciproci calcolati dalla Casa Bianca sono così assurdi da sembrare una tattica negoziale, basati su una metodologia che riflette uno sforzo per imporre una leva negoziale piuttosto che realismo economico.
Questa strategia potrebbe rivelarsi efficace. Se osserviamo le prime reazioni, India e Israele si sono impegnati a tagliare le tariffe entro il 9 aprile, il Canada ha rilasciato dichiarazioni concilianti e la Corea del Sud ha annunciato l’intenzione di negoziare. Venerdì, Trump ha anche condiviso un messaggio su una “chiamata molto produttiva” con il presidente vietnamita Tô Lâm, leader di un paese che gli Stati Uniti avevano minacciato con tariffe del 46%.
Questi sviluppi rafforzano l’idea che le proposte tariffarie siano più un espediente negoziale che l’avvio di una guerra commerciale aperta fine a se stessa.

WEEKLY MARKET REVIEW

Nasdaq e Russell 2000 sono precipitati in territorio da bear market (oltre -20% dai massimi), mentre il Dow Jones e l’S&P 500 hanno mostrato una tendenza ribassista molto accentuata.
Il Dow Jones  ha registrato una perdita settimanale del 7,5%, raggiungendo il minimo degli ultimi otto mesi e cedendo ben 3.910 punti solo tra giovedì e venerdì. L’S&P 500 è sceso del 9,1%, mentre il Nasdaq ha perso il 10%, segnando entrambi i minimi degli ultimi undici mesi. Il Russell 2000, rappresentativo delle small-cap, ha subito una flessione del 9,7%, toccando il livello più basso dalla fine del 2023.
Sul New York Stock Exchange, i titoli in calo hanno superato quelli in rialzo con un rapporto di circa 10 a 1, mentre sul Nasdaq il rapporto è stato superiore a 5 a 1. Il volume di scambi è risultato più elevato su entrambe le piazze.
Tutti i settori dell’S&P 500 hanno chiuso la giornata di venerdì in territorio negativo: i comparti dell’energia, della finanza e dell’industria hanno subito i colpi più duri, mentre i settori della sanitario e real estate hanno mostrato una maggiore resilienza.
La stessa Berkshire Hathaway (BRKB) di Warren Buffett ha chiuso la sessione con un calo del 6,8%, scendendo sotto la sua media mobile a 50 giorni.

Chiusure settimanali top ETF:

SPY: -9,07%                QQQ: -9,87%            MDY: -9,11%        IWM: -9,61%

MARKET BREADTH & SENTIMENT

Il Termometro TPRI è crollato a 4 nella giornata di venerdì, segnando il livello più basso dal 2022. All’epoca, i mercati erano stati scossi dalla guerra in Ucraina, dall’impennata dell’inflazione e da un rapido aumento dei tassi d’interesse da parte delle banche centrali.

In quel contesto, tanti pensarono che il recupero da parte dei mercati avrebbe richiesto anni, con molti che sostenevano che “nulla sarebbe più stato come prima” e che “questa volta era diverso”. Chi vendeva in preda al panico (sul bottom) considerava folli gli investitori che a breve avrebbero cominciato ad acquistare, consigliando loro di attendere qualche mese poiché “il ribasso sarebbe peggiorato”.

Il risultato? Nel 2023 il mercato ha registrato un rialzo del 24%, seguito da un ulteriore incremento del 23% nel 2024, per una performance complessiva del 53% in due anni. Dalla mia esperienza personale, le migliori opportunità negli ultimi anni si sono presentate proprio quando il sentiment scendeva sotto la soglia di 20.
L’indice di volatilità CBOE, noto come VIX, è schizzato al livello più alto dall’agosto 2024, registrando persino la chiusura più elevata dal 2020. Questo indicatore della paura potrebbe suggerire che il mercato stia raggiungendo, almeno nel breve termine, un punto di minimo imminente.
Secondo il NAAIM invece, la percentuale di esposizione dei money manager è scesa sotto il 50% (49,37%), un livello visto per la prima volta dal 2023. È un dato che merita una nota di merito: la nostra media sul Portafoglio Tematico Tecnologico Théma è stata in linea con questo valore per tutto il 2025.

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I grafici sottostanti riportano la percentuale attuale di titoli all’interno dell’S&P 500 (SPX), del Nasdaq 100 (NDX) e del Nyse (NYA) che si trovano sopra le rispettive medie mobili semplici a 200 giorni (SMA). Non sorprende probabilmente nessuno che il crollo delle azioni di  si sia tradotto in un peggioramento del breadth del mercato.

I massimi a 52 settimane di questa settimana: AutoZone Inc. ($AZO), Duke Energy Corp. ($DUK), Coca-Cola Company ($KO), Kroger Company ($KR), McKesson Corp. ($MCK), Philip Morris International Inc. ($PM)

DATI ECONOMICI, TASSI E FED

Questa settimana i mercati hanno dovuto assorbire ancora volta una significativa quantità di dati economici, tra cui il rapporto mensile sull’occupazione.
A marzo, le assunzioni hanno superato le previsioni di quasi 100.000 unità, con un incremento netto di 228.000 posti di lavoro registrati nei libri paga, di cui 209.000 nel settore privato. Tuttavia, i dati relativi ai due mesi precedenti sono stati rivisti al ribasso per un totale di 48.000 posti.
Il tasso di disoccupazione è salito leggermente al 4,2%, con un aumento di 201.000 occupati, mentre 232.000 persone sono entrate a far parte della forza lavoro. Il rapporto sull’occupazione si basa su rilevazioni effettuate a metà mese. Tuttavia, il numero di persone che hanno continuato a richiedere sussidi di disoccupazione è cresciuto di 56.000, raggiungendo 1,903 milioni nella settimana conclusasi il 22 marzo, un segnale di un rallentamento nelle assunzioni.
Nel frattempo, l’indice dei servizi dell’Institute for Supply Management è sceso a 50,8, il livello più basso degli ultimi nove mesi, con una contrazione degli ordini futuri e delle esportazioni. L’indice manifatturiero ISM è scivolato sotto la soglia neutrale di 50, evidenziando un calo più rapido dei nuovi ordini e un aumento delle pressioni sui prezzi.
Il presidente della Federal Reserve, Jerome Powell, ha dichiarato che l’impatto dei dazi sull’inflazione sarà probabilmente maggiore di quanto anticipato, contribuendo a un incremento dei prezzi e a un rallentamento della crescita. Tuttavia, Powell ha sottolineato: “Siamo ben posizionati per attendere maggiore chiarezza prima di valutare eventuali modifiche alla nostra linea di politica monetaria”.
I prezzi dei titoli obbligazionari sono saliti, spingendo i rendimenti significativamente al ribasso, poiché le preoccupazioni sui dazi e sulla crescita globale hanno spinto gli investitori verso beni  “rifugio” come i Treasury statunitensi. Rispetto a venerdì scorso, i rendimenti dei Treasury a due anni sono scesi di quasi 30 punti base (3,633% contro 3,912%), mentre quelli a dieci anni hanno registrato un calo simile (3,953% contro 4,255%).
Le aspettative di possibili tagli dei tassi da parte della Federal Reserve sono cresciute, alimentate dal forte sell-off azionario. Secondo Bloomberg, la probabilità di un taglio di 25 punti base alla riunione del Federal Open Market Committee (FOMC) di maggio è salita al 43% dal 20%, con una probabilità teoricamente del 100% per un taglio a giugno. Si noti che non è prevista alcuna riunione del FOMC ad aprile.

ASSET ALLOCATION E ROTAZIONE SETTORIALE

Il grafico settimanale di rotazione relativa evidenzia l’arrivo dei settori delle utilities (XLU) e della sanità (XLV) fra i leader.
Le loro traiettorie RRG, decisamente favorevoli nelle scorse settimane hanno preannunciato l’ingresso nel quadrante verde. È opportuno sottolineare come il settore sanitario stia mostrando una straordinaria forza, vantando il valore di momentum RS più alto tra tutti gli undici settori analizzati.
Sul versante opposto, solo due registrano traiettorie RRG negative, gli stessi della scorsa settimana. La tecnologia (XLK) si sta spingendo sempre più a fondo nel quadrante di ritardo, mentre il consumo discrezionale (XLY) si avvicina rapidamente a un passaggio dalla fase di indebolimento a quella di ritardo. Questa persistente debolezza in settori tradizionalmente dinamici merita attenzione, soprattutto perché coincide con la più generale fragilità del mercato.

ASSET ALLOCATION

 

FORZA E MOMENTUM SETTORI S&P500

 

VALUE VS GROWTH

 

VALUE VS GROWTH (SIZE)

PERFORMANCE SETTORI & TOP10 INDUSTRIE 

– Consumer Defensive top sector con un RoC_5,D del -2,08%

– Energy bottom sector con un RoC_5,D pari a -13,13%

WEEKLY MARKET OUTLOOK

L’incertezza persistente legata ai dazi sembra aver messo in standby gli investitori da “buy the dip”. La vendita massiccia di azioni registrata nelle ultime ore di mercato, rappresenta il calo più significativo dai momenti più critici della pandemia di COVID-19. Sebbene la stagione degli utili del primo trimestre prenda ufficialmente il via il prossimo venerdì con i risultati delle grandi banche, l’attenzione degli investitori e l’andamento dei mercati azionari saranno ancora legati agli sviluppi nel commercio globale.
In assenza di cambiamenti o, peggio, in caso di ritorsioni da parte di altri Paesi, è probabile che le azioni continuino a subire pressioni di vendita. Al contrario, eventuali notizie positive potrebbero favorire un rapido rimbalzo, considerando l’attuale condizione di ipervenduto del mercato e il sentiment ultra-negativo.
I risultati di JPMorgan Chase, Wells Fargo e Delta Air Lines offriranno un primo spaccato su come consumatori e imprese stanno reagendo ai dazi introdotti dall’amministrazione Trump e all’incertezza associata. Anche i dati sulle vendite di Taiwan Semiconductor saranno di interesse, sebbene utili e previsioni verranno pubblicati con una settimana di ritardo.
Sul fronte macroeconomico, in arrivo i rapporti sull’inflazione CPI e PPI di marzo.
Ciò che conta davvero è la reazione del mercato al flusso incessante di notizie. Di recente, tale reazione ha preso una chiara direzione negativa, ma il vento potrebbe presto cambiare. Tuttavia, è bene non lasciarsi sbilanciare da un’apertura positiva, un rimbalzo intraday o qualche seduta favorevole, ricordando però che i giorni migliori arrivano spesso nei mercati difficili.

EVENTI DELLA SETTIMANA:

  • TRIMESTRALI

07/04/2025: LEVI

08/04/2025: TLRY, CALM, AEHR

09/04/2025: DAL

10/04/2025: KMX, LOVE

11/04/32025: JPM, BLK, WFC, BK, MS

 

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